Storia di Anna

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La Calabria è terra di stenti. I suoi figli che non possono rivoltare le zolle secche e dure a mani nude si imbarcano per fuggirle lontano. In America, in Argentina; in Australia, in Belgio, Svizzera, Francia. Non si parte per curiosità, ma per necessità. Eppure la necessità da sola non basta a rassicurare, a costruire prospettive radiose. Sì, quelli che sono già partiti scriveranno di quanto si stia bene e come si guadagni tanto. Scriveranno che si mangia, che non si muore di fame. Quelli che ce la faranno a superare Ellis Island diranno che la ‘Merica è grande, accoglie tutti ed a tutti dà un lavoro. Altri diranno che la Francia è un altro mondo, le case sono belle e c’è pure l’acqua e la luce elettrica. Ma metterci il piede, fuori dal proprio di mondo, duro quanto si vuole, ma semplice ed immediato, l’unico che si conosca, è un’altra storia. Oltre la frontiera sottile che separa dal conosciuto c’è tutto il resto. Una storia che non si conosce, un futuro tutto da decifrare. E fa paura. Specie se sei una ragazzina; se non hai mai visto altro oltre il breve confine del posto in cui vivi; specie se vieni da una famiglia umile e quello che conosce si riduce vagamente a Dio e concretamente al lavoro. Per Anna il ciclo si chiude lì. Ma Annunziata e Giuseppe, madre e padre, tentano per lei la carta di un domani diverso. Verso la fine della seconda guerra mondiale, Anna viene caricata su un treno, in un vagone di terza classe coi pancacci di legno lucidi per l’usura e spedita ad Antibes, in Francia. I parenti che sono già lì scrivono lettere per strapparli in ogni modo a quella terra ostile. In Calabria obbedisci o muori; servi o muori; ti sfianchi di lavoro o muori. E tutto per niente. Lei è una speranza lanciata attraverso l’ignoto, ma è anche la tensione di un cavo d’acciaio che non si spezza per quanti anni si possano mettere in mezzo tra l’oggi e quella scelta di partire; un cavo che traccia una trama che non si sceglie, che seleziona per te il tuo destino e ti riporterà sempre - sempre - da dove sei partita. Ci sono radici che non si recidono, che imprimono nel sangue uno stigma perenne. Sono le radici alle quali si ritorna…

Storia di Anna è un romanzo senza alcuna pretesa di novità. Patricia Dao lo fa ruotare intorno alle figure femminili classiche del panorama antropologico calabrese e ai temi contingenti la storia regionale: emigrazione, ‘ndrangheta, aspirazione di riscatto. Insomma, richiama a sé tutto l’armamentario della sovrastruttura topica che si abbina solitamente alla Calabria. Ci riesce e ci riesce benissimo, cesella una storia standard che non dimentica di declinare alcuna caratteristica. Qualsiasi cosa possa venirvi in mente legato all’immaginario sulla Calabria, state pur certi che lo troverete. Ma c’è un tributo da pagare a tutto questo, un tributo spiacevole, stroncante: avere tra le mani un succedaneo. Questo è Storia di Anna, un romanzo emulo che sfianca coi suoi luoghi comuni che ben altra letteratura ‒ quella di Corrado Alvaro e di Saverio Strati, tanto per cominciare ‒ hanno sublimato a vera cifra antropologica autentica, cruda. Il linguaggio evocativo, appassionato, marquezianamente gravido di passione poetica che ci propone la Dao è insostenibile. Eccessivo. Sarebbero sufficienti 20 pagine per averne abbastanza, per desiderare qualcosa di più asciutto e stringente, per invocare lo striminzito lessico di Carver o della Berlin. Annunziata è il prototipo della donna calabrese sposa giovane, madre altrettanto; con una vita senza alcun sapore, senza lo straccio di una felicità nella ciclicità del ruolo madre e moglie che si identifica dentro e fuori col lutto perenne che porta con fazzoletto nero in testa e tutto l’abbigliamento del caso. Si potrebbe conoscere ogni cosa di Storia di Anna anche senza scorrerne una riga. Oppure, basterebbe leggere I racconti di Bovalino di Mario La Cava. Lettura indispensabile, istruttiva, arguta, narrativamente impeccabile e sottile in ironia e fatalismo, in cui tutto è trattato con concretezza spietata. La Dao, invece, ci offre un compendio di tutto ciò. Curato (fin troppo) nella maniacalità della drammatizzazione del periodare, ma pur sempre un compendio. La storia di Annunziata, la vita da emigrante di Anna, ricalcano fedelmente modelli oramai invariabili nella letteratura che si occupa di Calabria. Chi è estraneo alla cultura, alla storia, alla antropologia di questa regione, finisce per non renderle un favore a rimestare sempre dentro lo stesso mortaio: su alza una puzza di marcio, di stantio, di muffa. Chi scrive ancora così di Calabria opera un trito riciclaggio e lo fa perché non sa e si accomoda su vecchie strutture, sicure, ma rafferme. La Dao si perde nei suoi lirismi semantici (a volte scivolando anche sull’appropriata attribuzione dei registri lessicali) smarrendo al contempo il filo della trama. La storia la si rincorre con affanno, non sempre la si recupera (non c’è niente di peggio per un lettore che avvertire lo spezzarsi del processo logico ed evolutivo della narrazione). Storia di Anna è un romanzo di una banalità e di una ovvietà imbarazzanti. Potremmo dirne tutto e niente ‒ le due cose si eguaglierebbero ‒ e porta in dote due caratteristiche che non servono alla buona letteratura e ad una narrativa efficace: il nozionismo e l’autoreferenzialità. Il linguaggio vivo e vibrante, il linguaggio fatto di carne, è lo strumento più affilato e tagliente per chi scrive. A non saperlo usare, si fa harakiri.



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