Storia di due donne e di uno specchio

Storia di due donne e di uno specchio

Vicenza, quartiere Ospedaletto. Alessandra ha lasciato il lavoro di punto in bianco, senza avvisare, è tornata nella sua vecchia casa. Nulla sembra essere cambiato da quando è andata via per trasferirsi a Bari, quasi non fosse mai partita davvero. Ad aspettarla sulla soglia di casa c'è Valentina, la donna cui aveva affidato due anni prima il padre, malato d’Alzheimer. L’uomo ora dorme al piano di sopra, Alessandra entra piano nella sua vecchia stanza per non svegliarlo. La malattia, debilitante e irreversibile, non ha fatto altro che acuire la distanza incolmabile fra padre e figlia, la solitudine causata dalla morte della madre di Alessandra, i continui litigi, il senso di colpa. Una realtà soffocante, come quel sogno che si ripete sempre uguale, in cui Alessandra vaga in una casa piena di corridoi, le pareti e i pavimenti umidi come cartone bagnato. Vaga e affonda, fino a raggiungere il bagno. Lì c'è sempre una figura rannicchiata avvolta in una maglietta rossa che la chiama, la aspetta. La mattina dopo l’arrivo a Vicenza, Alessandra si reca al funerale di Lisa, amica d’infanzia da cui si era separata quando aveva deciso di partire. Allora l’amicizia si era rotta, Lisa, al tempo già malata, le aveva chiesto di non abbandonarla, le aveva dato della vigliacca. Nota una ragazza che sta piangendo. È alta, ha lunghi capelli neri e lisci, il viso nascosto dietro grandi occhiali da sole. La ragazza poco dopo la avvicina, presentandosi come Marta, insegnante di musica ed ex collega di Lisa. Le chiede, spiazzandola, di poterla rivedere il giorno seguente…

Su Storia di due donne e di uno specchio di Edoardo Zambelli un’unica cosa si può dire con certezza: due donne sono le protagoniste. Due donne che si incontrano apparentemente per caso, in un certo senso si riconoscono, si amano, sovrappongono le proprie problematiche esistenze. Esistenze che Zambelli porta il lettore a sondare in due parti distinte, aprendo agli sguardi differenti prima di Alessandra, poi di Marta. Ci si aspetterebbero a questo punto due narrazioni speculari, complementari. Ma lo “specchio” del titolo, strumento imprescindibile per la comprensione della semantica della storia di Zambelli, sdoppia, denuda, complica e deforma la debole, a tratti banale trama sottesa ai percorsi delle protagoniste. Alessandra e Marta sono le stesse, eppure non lo sono affatto. Di punto in bianco l’autore manda tutto all’aria, rimescola personaggi, situazioni e particolari, li ridispone nel tempo e nella logica. Un intreccio assurdo, visionario, e tuttavia coerente con quanto disseminato nella prima parte. C'è padronanza di uno stile pulito e scrupoloso, fin troppo attento a cogliere le piccole cose, l’immediatezza da cui sgorga il surreale. Sotto le pennellate estremamente realistiche – a tratti sovrabbondanti: pensiamo ad esempio al rapporto tra Marta e Claudia – “realtà” e “verità” sono concetti ambigui, vero fulcro di una narrazione interiormente complessa e spesso sfuggente che il frammento di discorso di Harold Pinter citato in esergo sintetizza con precisione: una cosa non è necessariamente vera o falsa, ma può essere entrambe le cose. Lo scarto tra le due parti del libro appare forse un po’ brusco, stilisticamente – si passa dalla prima alla terza persona – ed emotivamente, seguendo un’impennata visionaria spiazzante e non di rado claustrofobica, che porta all’estremo quanto di surreale ed enigmatico già affiorava sin dagli inizi della storia di Alessandra. Belli e degni di nota i ricercati riferimenti musicali, come Cocoon di Bjork e La cattedrale sommersa di Debussy, struggente e dissonante, che perfettamente accompagnano nel mood onirico e inafferrabile del romanzo.



0

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER