Storia di Roma

Ai bambini dell’antica Roma la storia della loro città veniva raccontata come una favola, che suonava pressappoco così: alla caduta di Troia per mano degli achei, un gruppo di profughi guidati dal principe troiano Enea – figlio nientemeno che di Afrodite – approdò, dopo anni di doloroso peregrinare, alla costa laziale. Qui Enea sposò una principessa locale dando origine a una dinastia che, circa due secoli dopo, guidava ancora un piccolo ma fiorente regno con capitale Alba Longa. Una lite per il trono tra i due fratelli Numitore e Amulio finì male per la fazione che appoggiava il primo: unica superstite alla strage o all’esilio la figlia Rea Silvia, costretta però a fare la sacerdotessa di Vesta, in clausura. Ma nessuna clausura potè fermare il dio Marte, che invaghitosi della fanciulla la fecondò. Nacquero due gemelli, che Amulio fece sbattere in un cesta e gettare nel Tevere. Il pianto disperato dei neonati attirò una lupa o forse una donna soprannominata “lupa”, Acca Larentia (moglie di un pastore o prostituta o probabilmente entrambe le cose), che li sfamò col suo latte e li salvò da morte certa. Romolo e Remo crebbero forti, maneschi e selvatici come la madre adottiva, tornarono ad Alba Longa, organizzarono una rivoluzione, uccisero Amulio, rimisero sul trono Numitore e andarono a fondare una città tutta loro. Dopo aver scelto il luogo, sulla riva di quel fiume che tanto aveva significato per loro, fecero una scommessa per decidere il nome della nuova città: e vinse Romolo. Poi litigarono, si azzuffarono: e vinse Romolo, che uccise il fratello. Il podere di pochi ettari che il fratricida delimitò con l’aratro fra quelle verdi colline diventò nel giro di pochi secoli il centro del Lazio, poi della penisola italica, poi di tutto il Mediterraneo, poi dell’Europa e oltre. Naturalmente le cose non sono andate affatto così, ma così i romani per secoli vollero raccontarle ai loro figli. Questa leggenda diede un fondamento soprannaturale alla nascita della loro città, una giustificazione al loro dominio, un seme di violenza e istinto di sopravvivenza che seppe dare forza al popolo romano nei momenti bui della sua storia…

Metà degli anni Cinquanta: sulla “Domenica del Corriere” esce a puntate la Storia di Roma del giornalista Indro Montanelli (1909-2001), un successo strepitoso che convince l’editore Rizzoli nel 1957 a raccoglierla in volume, venduto anche questo a carrettate e ristampato ancora oggi a più di mezzo secolo di distanza. In realtà Montanelli l’opera l’aveva proposta prima a Mondadori, ricevendo però un rifiuto. Quando Arnoldo Mondadori in persona ebbe in seguito a felicitarsi con il giornalista per il clamoroso successo, egli rispose con una lettera che è lo specchio perfetto del suo carattere fumantino: “Chi fu quel colossale coglione che ti sconsigliò di accettare le mie proposte, a suo tempo? E perché i coglioni seguiti a tenerteli intorno?”. In realtà il mancato accordo con il più prestigioso editore italiano prima e la pubblicazione sulle pagine di un settimanale popolare poi sono perfettamente in linea con la natura di questa Storia di Roma, un prodotto editoriale assolutamente rivoluzionario per i suoi tempi. Fu rifiutato perché considerato una banalizzazione troppo estrema della Storia, un’opera troppo nazionalpopolare: ebbe il suo successo stratosferico per i medesimi motivi. E spinse Montanelli a mettere in cantiere il gigantesco progetto della sua Storia d’Italia, scritta sulla stessa falsariga. Può sembrare incredibile oggi, ma all’epoca Montanelli ricevette – oltre che lo sdegno di gran parte dei critici e della totalità degli storici – anche scandalizzate missive di lettori che lo accusavano di trattare in modo stupido e quasi sacrilego un argomento considerato intoccabile. Non è un caso che le introduzioni redatte dal giornalista per alcune delle innumerevoli edizioni del libro siano quasi tutte in buona sostanza delle autodifese: “Non ho mai avuto l'ambizione di scrivere una storia completa: so benissimo di aver sacrificato molti particolari al quadro generale. Ma il quadro generale, coi suoi grandi eventi e trasformazioni, credo di averlo reso”. Oppure: “Non ho scoperto nulla, con questo libro. Esso non pretende di portare rivelazioni, nemmeno di dare una interpretazione originale della storia dell'Urbe. Tutto ciò che qui racconto è già stato raccontato. Io spero solo di averlo fatto in maniera più semplice e cordiale, attraverso una serie di ritratti che illuminano i protagonisti in una luce più vera, spogliandoli dei paramenti che fin qui ce li nascondevano. […] Se riuscirò ad affezionare alla storia di Roma qualche migliaio di italiani, sin qui respinti dalla sussiegosità di chi gliel’ha raccontata prima di me, mi riterrò un autore utile, fortunato e pienamente riuscito”.



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