Storia di una maestra

Storia di una maestra
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Per ben due volte la Storia ha sfiorato la vita di Josefa Lopez, ma in entrambe le occasioni lei era troppo presa dalla celebrazione di un momento di felicità personale per riconoscere la portata futura degli eventi di cui era testimone. La prima volta a Oviedo, in una calda giornata del 1923, mentre insieme ad un gruppo di amiche sciama fuori dalla Normal che le ha appena diplomate maestre, incrocia il corteo nuziale di un serio e compassato Francisco Franco e di nuovo quando, nel 1931, le campane suonano a distesa (contro la volontà del prete) per annunciare la nascita della Repubblica, coprendo l’urlo liberatorio con cui mette al mondo sua figlia Juana. È a Juana che Josefa racconta la sua vita, procedendo per episodi, perché “una vita la ricordi per frammenti, per attimi”. Il diploma, i sogni di un padre ferroviere autodidatta, l’idealismo dei primi incarichi, il violento risveglio a contatto con la miseria, la fame, le malattie, l’esperienza in Guinea, una tenera amicizia con un medico, Emile, che non ha mai trovato il coraggio per andare oltre e poi l’incarico di ruolo, la destinazione in un borgo di montagna, Castrillo de Abajo, e l’incontro con suo marito Ezequiel. Con lui la scoperta che dalle affinità intellettuali, dalla comunanza di ideali e dalla stima professionale può nascere un sentimento più profondo dell’amore, che cementerà due vite e  irradierà i propri effetti benefici su tutti coloro che ne intersecheranno le orbite: il falegname Amadeo, la sarta Regina, il di lei figlio e i bambini delle Scuole in cui insegneranno, i compagni di lotta di Ezequiel in difesa degli ideali della Repubblica…
Il linguaggio di Josefa ed Ezequiel non è mai violento, la loro rabbia per le condizioni sociali dei contadini di cui condividono le vite è profonda ma si esterna in una serie di sforzi per migliorarle attraverso la cultura: i due hanno una fede cieca nel potere illuminante dell’istruzione e nel suo ruolo salvifico. Sarà la Scuola a sottrarre i poveri alle grinfie e al potere soggiogante dei latifondisti e della religione, uomini accomunati dalla reverenza popolare nel titolo di Don. La narrazione è pacata, a tratti soffusa di dolore, gli episodi sono narrati da una donna che si intuisce ormai anziana a beneficio di sua figlia Juana e pertanto alternano il vissuto familiare agli eventi pubblici di cui è stata testimone. Con rara sobrietà stilistica l’autrice si cala nei panni di una donna che ha vissuto con passione ma senza fanatismi, ha insegnato e testimoniato per tutta la vita il potere delle parole ed ha visto annegare nel sangue i propri sogni e gli ideali per cui suo marito ha combattuto. È una voce potente, quella con cui Josefa racconta piccoli episodi intimi e sconvolgenti eventi storici, una voce roboante come solo le voci degli umili consapevoli della propria forza sanno essere, una voce che quando smette di rievocare lo fa non per stanchezza, ma nella consapevolezza di aver passato il testimone ad una figlia che sa cosa è accaduto dal momento in cui la narrazione si interrompe.

 

 
 
 
 
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