Storia di una vita

Storia di una vita
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Erdbeeren in tedesco significa fragola: uno dei primi ricordi che Aharon Appelfeld riesce a mettere a fuoco. Le fragole dell’ultima vacanza in montagna dai nonni, l’intensità di quell’ultima estate, la ragazza rutena da cui suo padre compra un’immensa cesta di fragole, gli sguardi di sua madre, la pia compostezza del nonno, la laicità inderogabile della nonna, le stramberie dello zio Felix, un proprietario terriero nobile e generoso che nulla può contro la marea montante dell’odio che finirà per avere la meglio. I suoi primi ricordi risalgono appunto a quell’ ultima estate prima dell’inferno, prima del ghetto, prima della vita in strada; prima del campo di concentramento, della sopravvivenza nei boschi. Sono pochi e preziosi; sono ricordi muti, quasi mai accompagnati dal suono delle parole dei suoi genitori: la vastità della casa, i ninnoli, le giornate al villaggio, la comparsa di un gruppo di zingari con le loro nenie che lo fanno piangere, lo spazzacamino, la sinagoga dove accompagnava il nonno, il padre pendolare della villeggiatura, e poi ci sono le atmosfere cariche di tensione tra i suoi ricordi. Sono scene senza parole anche quelle, ma molto vivide nella memoria del bambino che vive il nervosismo di suo padre che torna sempre più frustrato dai suoi tentativi di comprare per loro una via di fuga o come il tentativo fallito di scavare un tunnel per tutti loro; l’aria satura della tristezza di sua madre che assiste alla morte del vecchio padre. Tutto questo crea nel bambino l’impressione di dover fissare i ricordi, di doverli raccoglierli e conservare, e lui impone a se stesso di rammentare; si racconta le proprie memorie per fissarle meglio. E le memorie si sono fissate, ma solo alcune hanno scelto di rimanere; altre si sono inabissate, sepolte per sempre in un luogo in cui nessuno potrà raggiungerle, tantomeno il bambino che è sopravvissuto per tre anni nelle foreste della Transnistria dopo essere fortunosamente fuggito dal campo di concentramento…

Aharon Appelfeld ha sette anni quando scoppia la guerra e per decenni ha scelto di non parlarne. Quando decide di imbarcare la sua memoria in un viaggio all’inferno, scopre che i ricordi hanno proprie leggi imperscrutabili e che il suo corpo ricorda meglio del suo cervello: ogni singola parte di esso ha una memoria. “La guerra è sepolta nel mio corpo” scrive Appelfeld “non nella mia memoria, io non invento, dalla profondità del mio corpo affiorano sensazioni e pensieri che ho assorbito mentre ero cieco”. Gli anni del ghetto, della guerra, del campo sono un’unica massa buia da cui emergono pochi sprazzi che non può controllare. I ricordi si fanno organici a partire dai mesi trascorsi nella foresta e poi sulle spiagge italiane e jugoslave in attesa dell’imbarco per la Palestina. Prolifico e talentuosissimo autore, cantore del mondo ebraico europeo al tramonto, che ha dato il meglio di sé quando ha creato protagonisti bambini, come il Theo di Giorni luminosi, Adam e Thomas di Una bambina da un altro mondo, Hugo di Fiori nelle tenebre e così via, Appelfeld non ha mai parlato esplicitamente di sé e dei suoi anni di internamento. Anche questa volta mette per scritto una e una sola delle sue memorie sepolte relative al lager: un ricordo che è talmente agghiacciante che il polso trema, gli occhi bruciano e il cervello del lettore si rifiuta quasi di processare quello che sta leggendo. Storia di una vita è innanzitutto un’indagine su se stesso attraverso la capacità di affrontare la propria memoria; prima ancora che l’agghiacciante testimonianza di un sopravvissuto, è l’affermazione del valore di ciascuna vita risparmiata dalla casualità degli eventi, e da questo valore scaturisce un’iperbolica tendenza ad affermare se stessi e il proprio assoluto, strafottente diritto a esistere, a prescindere da qualsiasi altra condizione. I matti del ghetto, i cani del campo, le contadine che lo ospitano con spirito più o meno caritatevole, gli impresari senza scrupolo che sfruttano i talenti di migliaia di bambini sulle coste italiane, le migliaia di vita spiaggiate in attesa della nave che li porterà in Palestina, i membri del circolo di cui è animatore in Israele per decenni: ogni singola vita è una piccola pedina di un grande gioco di scacchi giocato sulla scacchiera della miseria morale, della rinuncia a se stessi a favore di un giorno in più di vita, di cibo, di fama. Storia di una vita è il bilancio finale che Appelfeld fa delle rinunce, costruito per sottrazioni in cui computa ogni giorno tolto alla morte da bambino e da giovane soldato di Israele; ogni zolla di terra del kibbuzim. È spietatamente onesto, Appelfed, nella sua analisi e conferma quanto già Primo Levi aveva affermato: a sopravvivere non sono stati i migliori, ma i più capaci di adattarsi, i meschini, i cattivi, i kapo e una manciata di bambini di cui nessuno sapeva che farsi. Nonostante manchi quasi del tutto di scene violente, questo è un libro sconvolgente, è la testimonianza confusa e a sprazzi di quello che il cervello di un bambino è stato in grado di elaborare e portarsi dietro nella sua vita adulta ma, a tratti tra le righe, nella vita dell’uomo adulto, dell’anziano, si intuisce un’ombra, un vago sentore di cose che invece quella mente non è riuscita a trattenere, ha sepolto e incenerito.



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