Storia vera e terribile tra Sicilia e America

Storia vera e terribile tra Sicilia e America

Nella calda notte del 20 luglio 1899 a Tallulah, in Louisiana, 300 chilometri a nord di New Orleans, nel bel mezzo dell’Eden meraviglioso del Nuovo Mondo di cui si favoleggia, si consuma una piccola e terribile storia destinata a restare sconosciuta ai più. Cinque siciliani, tutti provenienti da Cefalù e imparentati tra loro, arrivati in tempi diversi a cercare fortuna, sono vittime di un violento linciaggio da parte degli abitanti della città. Sono i luoghi nei quali fino a qualche anno addietro, prima che, finita la Guerra di Secessione, divenisse impossibile utilizzare la manodopera dei negri, le immense distese di cotone e di canna da zucchero rendevano moltissimo grazie agli schiavi. Quando i cinesi si erano dimostrati troppo gracili per sostituire quella forza lavoro, quando in Sicilia il passaggio del “liberatore” Garibaldi aveva lasciato dietro di sé contadini sfiancati più poveri di prima, grazie anche ad accordi neanche troppo segreti tra il governo italiano e quello americano, centinaia di uomini invogliati da procacciatori senza scrupoli hanno lasciato la loro terra per sbarcare in quella Promessa. Ad attenderli soltanto il disprezzo, cristallizzato in quella parola d’origine incerta che li definisce, “dagos”. Di quello che accadde quella notte a Giuseppe, Francesco e Pasquale Defatta e a Rosario Fiduccia e Giovanni Cirami, commercianti di frutta e verdura, troppo pochi seppero allora, troppo poco si interessò il governo italiano, con troppo poca convinzione indagarono e protestarono i rappresentati politici italiani in America, poco equamente parlarono i giornali dell’epoca, pochissimi oggi sono a conoscenza. E, soprattutto, fino a questo momento nessuno ha mai cercato di capire cosa vi fosse realmente dietro…

Enrico Deaglio, giornalista, scrittore e conduttore televisivo, racconta una storia terribile, come recita il titolo, che fa tanto più male quanto più ci si rende conto di ignorarla totalmente. E di ignorare non soltanto la vicenda dei cinque cefalutani, indagata e riportata alla luce con pazienza certosina dall’autore, ma il fatto che si tratta di una sola tra le tante storie simili, forse anche peggiori chissà, finite tra le pieghe oscure della Storia conosciuta. Storie importanti, invece, non soltanto (soltanto?) per restituire la dignità e l’omaggio della memoria a questi poveri cristi tra tanti, ma per conoscere risvolti di accordi politici, di violenze autorizzate, di realtà sociali e antropologiche impensabili. Troppo banale la causa all’origine del violento episodio, una storia di capre e confini che non giustifica l’irrazionale reazione di un paese intero e che toglie dignità a quegli uomini che, come “strange fruit” – così li canta dolente Billie Holiday -, ondeggiarono da un albero in una notte di luglio, lontani migliaia di chilometri dalla loro terra e da chi potesse piangerli. Troppo doloroso il pensiero di quelle poche centinaia di dollari che lavarono malamente quel sangue, per seppellirlo sotto le coltri polverose della Storia e delle coscienze. Curiosità di varia natura (come l’origine del Teddy Bear), testi di poesie e canzoni, fotografie d’epoca, mappe, articoli giornalistici, vecchi documenti, rarissimi ricordi: tante le informazioni che denotano una ricerca approfondita, interessante e puntuale che il lettore non può che apprezzare. Prevale, tuttavia, un senso di tristezza e amara inquietudine che porta a riflettere sulla realtà quotidiana dei migranti (se pure non lo si fa già): altri schiavi, altri poveri, altre traversate, altri scafisti, altri viaggi della speranza. E un unico dolore e, spesso, un unico destino. Una storia, dunque, che si fa più dolorosa di capitolo in capitolo, da leggere per sapere, per conoscere, per non dimenticare, per guardare e guardarci con occhi diversi.



 

 

 

 
 
 
 

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