Storiacce romane

Storiacce romane
A Trastevere tutti conoscono, Amedeo. E lo segnano a dito. Sputano in terra in segno di disprezzo quando passa, lo indicano col mento. Lo chiamano infame. Vive lì da sempre, da anni è vedovo. E in pensione. Dalla galera… Daiana ha un talento. Indovina le parole della ghigliottina di Rai Uno. Cinque indizi e una parola che li lega. Se azzecchi vinci i soldi. Lei però non è in tv. È davanti alla tv. A casa. Aspetta che Ivano, suo marito, torni. Ivano, tassista, che col suo lavoro le permette la Smart, la palestra, le unghie in tinta con la borsa. Ma certo non si amano… Antilope in realtà si chiama Kevin, ma non ce lo chiama mai nessuno. Solo la madre. Buona, debole, fragile. E le guardie che gli chiedono i documenti quando lo fermano…
Il titolo del libro dice la verità. Di questi tempi, è già un buon punto di partenza. Sono infatti davvero tre storiacce quelle che gli autori raccontano: vicende cupe, buie, dure, maledette, difficili, che fanno rabbia, che sbattono in faccia al lettore una realtà credibile e dolorosa, contemporanea e vicina, anche se chiunque farebbe qualsiasi cosa perché fosse il più lontana possibile da sé, dalla sua vita. C’è una profonda e disillusa amarezza alla base di questi racconti ambientati a Roma, anche se hanno un respiro universale, ma al tempo stesso si nutrono del loro contesto. Sono scritti da tante mani diverse, eppure sono sorprendentemente armoniosi l’uno con l’altro, autentici. Persino nel linguaggio.

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