Storie bastarde

Storie bastarde
Era l’estate dei mondiali di calcio in Argentina, 1978. Da uno stereo la musica di Battisti, Una donna per amico e quella dei Mattia Bazar, Solo tu, riecheggia nelle strade assolate e desolate di Ostia, un passo da Roma. Alcuni ragazzi giocano a pallone, uno di quelli ad esagoni bianchi e pentagoni neri, in cuoio, modello Mikasa: ma fra i pischelli brutti, sporchi ma buoni, si confonde Abbatino, un fior di delinquente che trasforma un innocente gioco in una privata ma spietata roulette russa… Nel 1979, adolescenti delle periferie romane lasciano da parte fionde, palloni e biciclette per assaporare i primi sconfinamenti nel mondo dell’erotismo. Ma l’erotismo dei ragazzini di periferia negli anni ’70 a Roma, non poteva che fare i conti con un panorama di desolazione, sfruttamento e prostituzione: Enzo e i suoi amici si ritrovano, sugli alberi, involontari, ma divertiti guardoni di appuntamenti sessuali in macchine decappottabili… 1980, terza elementare alle Acque Rosse di Ostia: durante il tragitto da casa a scuola, il protagonista della vicenda insieme ai suoi compagni di classe Ranfi, Stefania e Claudia si imbatte in una traumatica visione. Sul muro perimetrale della scuola, appeso e penzolante dal muro, un cadavere… Sebastiano e Angelo sono rispettivamente il proprietario del bar Bellini ed il suo lavorante. Il primo quando gli capitava di incontrare una bella donna le guardava, prima che il viso, le tette e il culo. Il secondo, invece, le donne non le guardava affatto. Era tra il 1984 ed il 1985: alcuni adolescenti si danno appuntamento al bar per il cappuccino e cornetto pomeridiani, in mezzo ad una fauna di adolescenti borderline e fra adulti inclini ad ogni tipo di delinquenza. Piccoli innocenti furti, quelli delle scatole di cioccolata: salvo scoprire che sono scaduti e che, probabilmente, contengono vermi… Era il 1981, quando Enzo partiva definitivamente da Ostia perché il papà era stato trasferito altrove: insieme ai suoi amici, Carletto e Dado, il ragazzino passa in rassegna tutti i negozi fino a quel momento frequentati dalla madre, e rastrellando tutti i dolciumi e le leccornie possibili, dichiara ai malcapitati negozianti che, subito dopo, sarebbe passata la madre a saldare il debito. La ‘refurtiva’ sarà l’eredità lasciata agli amici, perché non si dimentichino di lui…
«Noi pischelli di periferia cresciuti a cavallo tra gli anni settanta e ottanta vivevamo così…quasi tutti ce l’abbiamo fatta. Quasi»: schegge di vita vissuta raccontate con un linguaggio semplice ed efficace, degno però di una narrazione quasi epica che dal reale squallore di una quotidianità fatta di droga, emarginazione, adolescenze quasi bruciate e perdute estrae sentimenti vivi e durevoli come l’amicizia, l’amore, la sincerità. Sembrava, come dice Giancarlo De Cataldo nella prefazione, che nel DNA di quelle adolescenze fosse quasi scritta una predestinazione di morte, anche se poi si scopre che sono state, molte di esse, esistenze tenere e perfino commoventi, storie fatte di affetti e amicizie e amori. Valori che hanno salvato quasi tutti quegli adolescenti dalla morte. Quasi, tutti.

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