Storie di libri perduti

Storie di libri perduti

Il 18 novembre 1989 muore Romano Bilenchi. Dopo alcuni mesi la vedova rinviene il manoscritto di un suo romanzo che giaceva incompiuto dal 1957 nel cassetto di un armadio. Perché da allora lo scrittore non ha più messo mano a quel testo in cui raccontava la relazione d’amore clandestina con l’allora sua segretaria? E perché la donna, divenuta poi sua moglie, ora lo offre in lettura a pochi amici intimi ma vieta loro perfino di farne una fotocopia? Quali fatti talmente scandalosi e pericolosi contenevano le Memorie di George Byron da indurre, dopo la sua morte, l’amico caro Cam Hobhouse e la sorellastra Augusta a convincere l’editore ad accettare il rimborso del denaro anticipato e a bruciare il manoscritto? Che ne sarebbe stato della carriera letteraria di Ernest Hemingway se la valigia in cui la prima moglie aveva messe le sue prime prove narrative per portagliele a Losanna non le fosse stata rubata sul treno nel 1922? E per quale ragione ne ha parlato solo poco prima di togliersi la vita? Siamo certi che Il Messia, il romanzo che Bruno Schulz riteneva l’opera decisiva della sua vita, sia sparito insieme con lui in quel novembre del 1942 in cui fu ucciso da un ufficiale nazista? Che ne è stato di Walter Benjamin e del pesante contenuto della valigia di pelle nera che portava con sé tentando di scappare dalle truppe di occupazione tedesca?

Il nuovo libro di Giorgio van Straten – scrittore e direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di New York – non è il resoconto entusiasta o fallimentare di un impenitente cacciatore alla ricerca di libri scomparsi. Ma piuttosto una breve antologica in cui vengono esposte le cornici di otto opere irrimediabilmente sperdute. Opere appartenute ad autori lontani tra loro sia per il periodo storico che per il contesto ambientale in cui vissero. L’interesse maggiore del testo non risiede tuttavia nell’essenziale didascalia riassuntiva di ciascuna vicenda, in quanto si tratta di fatti già sufficientemente noti al lettore. La troviamo, invece, nel desiderio di van Straten di tracciare nuove coordinate di orientamento capaci di mantenere vivo in noi l’interesse a interrogarci ancora più affondo sui retroscena che possono determinare la scomparsa dei testi. E tentando di penetrare, a nostra volta, nella tormentata articolazione della personalità di ogni scrittore, per poter dire, come fece Marina Cvetaeva, che “quella mezz’ora passata da Gogol’ davanti a un camino a bruciare le 500 pagine della seconda parte delle Anime morte ha fatto di più – in favore del bene e contro il male – di tutti gli anni di predicazione di Tolstoj”.



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