Storie di una dolce terra

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Chicago, primi del Novecento. Con l’assicurazione sulla vita di suo marito, Dora ha comprato una fattoria cinquanta miglia a ovest della città, nella cittadina di La Ville, in Illinois. Al figlio diciottenne Earle - a cui Dora ha imposto da quel momento in poi di far finta che lei sia sua zia e non sua madre – manca da morire l’andirivieni della gente, il rumore di zoccoli e carrozze, lo sferragliare dei treni, il vento che soffia impetuoso dal lago. Ma soprattutto Earle sente la mancanza della sua amica Winifred Czerwinska, con le sue tette piccole, la sua palpebra calata così sexy e la sua passione per le sveltine in cucina. Dora mette rapidamente su una fiorente azienda agricola e in breve cominciano ad arrivare frotte di pretendenti per quella vedova piacente e dalla forte personalità… Lester non riesce a crederci: la sua ragazza Karen – bellissima, corpo sexy da modella, sorriso da angelo ma palesemente una ritardata mentale o qualcosa di simile – ha fatto una cazzata di quelle grosse. Ha rubato un neonato all’ospedale, lo ha ribattezzato Jesu e pretende di tenerlo come loro figlio. Nel frattempo la polizia ha scatenato una caccia all’uomo colossale, loro due rischiano la sedia elettrica e i genitori del bambino sono disperati. Eppure, contro ogni logica, Lester rimedia documenti falsi, una targa falsa, carica la ragazza e il neonato su un furgone e parte verso il Nevada, senza un piano preciso… Jolene si è sposata a quindici anni con un ragazzo un po’ debole di cervello, Mickey, solo per andarsene di casa, dove il padre adottivo la molestava sessualmente. Mickey è praticamente orfano, il padre sta in galera da un bel po’ e ci rimarrà ancora a lungo perché ha ammazzato la moglie: così la giovanissima coppia vive a casa degli zii di lui, Phil e Kay. Lei è vicedirettrice di banca, lui ha una ditta di consegne a domicilio di combustibile, è un piacione di mezza età e ha messo gli occhi su Jolene. Ben presto la ragazzina e l’uomo maturo diventano amanti, e quando vengono scoperti succede un casino. Zio e nipote si azzuffano e Mickey, sconvolto, si suicida. Jolene viene affidata ai servizi sociali e finisce in manicomio: per lei inizia un’odissea di psicofarmaci e umilianti udienze in tribunale… I seguaci di Walter John Harmon – un carismatico ex meccanico tra i pochissimi sopravvissuti a un tornado che ha raso al suolo Fremont, in Kansas, che lui descrive come un segno mandato direttamente da Dio – in soli due anni hanno costruito in Arkansas una piccola cittadina chiusa al mondo esterno, con le sue leggi e la sua promessa di salvezza. Le malelingue del mondo esterno insinuano che Harmon sia in realtà un ubriacone e un truffatore che ha aperto conti bancari all’estero con i soldi degli adepti, ma i suoi fedeli non vogliono credere a queste menzogne. L’avvocato di punta dell’ufficio legale della setta sospetta che sua moglie Betty vada a letto con Harmon, ma ricaccia indietro quel cattivo pensiero perché il suo profeta è “al di sopra della lussuria”. Quando Harmon e Betty fuggono insieme però la comunità cade nello sconforto. A meno che la spiegazione non sia un’altra… Alla fine di un concerto in occasione del Premio Nazionale per le Arti e la Letteratura tenuto in un tendone nel giardino della Casa Bianca, il custode Frank Calabrese rinviene in un sacco nascosto tra le sedie vuote il cadavere di un bambino di circa sei anni. Chi è? È stato ucciso? Come è stato possibile trasportare un cadavere nella Casa Bianca bypassando i ferrei sistemi di sicurezza e perché questa macabra messinscena? Dell’indagine viene incaricato l’agente speciale B.W. Molloy, un veterano del Bureau alle soglie della pensione. Molloy deve affrontare questioni delicate senza pestare i piedi a nessuno…

Nascoste dietro a un titolo che pare alludere a una visione idealizzata, romantica o perlomeno nostalgica degli Stati Uniti, ci sono cinque storie urticanti il cui baricentro ‒ paradossalmente ‒ è la fuga, non l’appartenenza o le radici. All’opera in questa magnifica raccolta sono quindi forze centrifughe, non centripete: la madre che cerca di rifarsi una vita come signora di campagna lasciandosi alle spalle un oscuro passato cittadino e suo figlio che invece rifiuta il suo nuovo ambiente e anela a tornare indietro; la coppia di misfits che percorre le highway nel deserto inseguendo il sogno di una famiglia normale; la ragazzina con il talento per il disegno che fugge dal suo passato di degrado e sofferenza passando dal manicomio ai palcoscenici dei locali di lap dance, dai centri congressi all’ambiente dell’alta borghesia conservatrice senza mai trovare la felicità; il professionista che si rifugia in una città fondata dal nulla da una setta per allontanarsi dalle miserie umane solo per ritrovarcisi più invischiato che mai; il cadavere di un bambino povero che diventa il simulacro attorno a cui si avvita la fuga dalla realtà di una ragazza ricca. Una carrellata di storie come minimo amare ‒ altro che dolce terra ‒ ma spesso drammatiche nelle quali Edgar L. Doctorow ci racconta la grandezza della sconfitta. Sconfitti nel tentativo di perseguire il loro personalissimo sogno americano, nell’impresa di ricreare da zero la loro esistenza cancellandone un’altra che non sentono più loro o che ha dato loro troppo dolore, i personaggi danzano al ritmo di una canzone country triste. Quella che un critico una volta chiamò la “ragionevole immaginazione” del grande scrittore americano lavora qui come un meccanismo dagli ingranaggi ben oliati: le parole si affastellano con sapienza e misura, senza mai deragliare dalla linearità ma al tempo stesso senza arrendersi ad una troppo brutale semplicità.



 

 

 

 
 
 
 

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