Strada Provinciale Tre

Strada Provinciale Tre

Corre. Inizialmente camminava soltanto, poi qualche scatto in velocità, passi sempre più lunghi, le scarpe malconce che battono sull’asfalto, i clacson delle automobili che la sfiorano ruggenti, non ricorda niente, non vuole ricordare, solo andare avanti, quasi senza sforzo ormai, a testa bassa, concentrata sul corpo in movimento. I polmoni che si aprono e si chiudono, gli organi interni che sbattono contro le pereti del corpo, il sangue che pulsa. La strada attraversa campi di barbabietola, patate, erba medica, ogni tanto una faggeta, unh boschetto che spicca nella pianura piatta, poi le fabbriche che sputano fumo nero, le trattorie e i camionisti, tanti camionisti che lasciano scie di gas di scarico fetenti. L’asfalto è crepato, ruvido, sporco, pieno di frammenti di spazzatura. Inciampa, cade in avanti e le mani che si buttano a protezione ora sanguinano. Ritrova il ritmo, ricomincia a correre. Non esiste niente altro, è libera, sta correndo, è libera. Quello che importa è muoversi. Il corpo magro, rattrappito, sporco, i pantaloni che scivolano dai fianchi stretti, le braccia oscillano a mantenere il ritmo, i capelli corti striati di grigio, le labbra strette e screpolate, non si capisce l’età, se è uomo o donna. Lei è donna e ha trentasette anni e…

Strada Provinciale Tre di Simona Vinci è il resoconto aspro del viaggio di Vera, la protagonista, che fugge da qualcosa o da qualcuno, che vuole essere libera da prigioni fisiche, ma soprattutto psicologiche; una persona ferita che sceglie di vivere sull’orlo della strada, che si nasconde, che non si fida. Il lettore attraversa un ambiente alienante e degradato, resti di una società industrializzata, una periferia rarefatta abitata da umanità di scarto ai margini della strada e della società, gli ultimi, i dimenticati, dove l’unica vergogna rimasta è la povertà. Un racconto che il lettore subisce: non può far altro che stare a guardare, osservare il mondo con gli occhi di Vera, un mondo in cui ogni cosa è priva di senso, inutile. Descrizioni vivide di natura, persone, sentimenti, con similitudini originali e efficaci. Tuttavia, specialmente nelle prime pagine, molte sono le ripetizioni descrittive, forse troppe e un po’ annoiano. Mirabili le incursioni nella vita che si svolge lungo la strada e gli incontri con figure singolari, passo dopo passo, mentre emergono strappi di ricordi che ricostruiscono la vita di Vera: storie nella storia come piccole matrioske, che vanno sempre più in profondità, rivelando desolazione e solitudini raggelanti. Essere liberi vuol dire non avere niente da perdere, afferma la Vinci, ma in fondo tutti abbiamo sempre qualcosa da perdere. Destabilizzante, e con un finale a sorpresa molto efficace.



 

 
 
 
 

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