Strane lealtà

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Anni ’80, Scozia. Il detective della polizia di Glasgow Jack Laidlaw ormai da un mese inizia le sue giornate piangendo. Tanti fanno ginnastica, appena alzati: lui piange. “Nulla di drammatico, niente singhiozzi squassanti. Soltanto lacrime silenziose e senza rimorso”. Ma oggi c’è qualcosa di diverso: Laidlaw è riuscito a prendersi una settimana di ferie e ha intenzione di usarla per trovare un senso a quelle lacrime, forse per farle smettere. Vuole avviare una indagine, ma fatta a modo suo. C’è una morte che non lo convince per niente. È morto l’uomo che ama più di chiunque altro, suo fratello Scott, investito da un’automobile. Un incidente, a quanto pare. Ma il detective scozzese non crede affatto che sia così, vuole dimostrare che non è così. È solo istinto, però. I colleghi di Laidlaw pensano che farebbe bene invece a usare le ferie per riposarsi, per calmarsi: questa cosa di indagare sulla disgrazia del fratello è una follia e non può che nuocergli. La vita di Laidlaw già stava andando in pezzi prima della morte di Scott – la separazione dalla moglie Ena è irrevocabile, i figli li vede solo su appuntamento, la relazione che porta avanti con Jan è ad un punto morto, il lavoro che gli dà da vivere gli regala dubbi più che certezze – ma ora è davvero allo sfacelo. La realtà è che Jack sembra avere bisogno che la morte del fratello significhi più di quello che sembra, almeno ci sarebbe un motivo vero per alzarsi la mattina, radersi e uscire. L’indagine inizia quella mattina, dunque: Laidlaw ficca un paio di scarpe di ricambio, sette paia di calzini, sette paia di mutande, cinque camicie, due magliette, due cravatte e due paia di pantaloni in una borsa da viaggio, indossa una giacca ed esce di casa. Jan lo aspetta a pranzo, poi lui partirà per Graithnock. È dove viveva Scott, dove è morto Scott. È dove inizia la caccia di Laidlaw…

Premessa essenziale: a mio parere Strane lealtà è uno dei cinque romanzi hard-boiled più belli di sempre, e mi sono tenuto stretto. Ogni pagina è una lama intinta nel veleno dell’amarezza, fioccano le riflessioni profonde e le frasi memorabili, il plot giallo è assolutamente a prova di lettore fino a libro inoltrato, i cliché del genere ci sono tutti ma sono mediati da un talento raffinato, non diventano mai caricaturali. L’umanità con le sue magnifiche miserie, ecco il legno in cui William McIlvanney inchioda a martellate il suo Jack Laidlaw nell’ultimo e più riuscito romanzo della trilogia, datato 1991 e ripubblicato da Feltrinelli dopo l’edizione Tranchida di qualche anno fa. Le miserie del morto, Scott, la cui vita – come sempre accade in questi casi – una volta passata al setaccio riserva molte sorprese, non tutte gradevoli. Le miserie del poliziotto, Jack, un disperato “cane sciolto” mosso da un grande amore, certo, ma anche da poderosi sensi di colpa e da un adamantino egoismo. Il mastino di Glasgow dà la caccia alla verità e agli assassini di suo fratello, ma al tempo stesso indaga sulla natura del dolore, sul senso della (sua) vita, sull’amore, sulla moralità, sul buio. Durante la sua caccia rabbiosa sarà costretto non solo a scavare nei segreti, nel passato, nelle colpe di un uomo, ma anche così facendo a guardarsi allo specchio. Sono pochi gli scrittori in grado di affrontare un “noir esistenziale” del genere: il sottovalutatissimo McIlvanney è uno di quei pochi.



 

 

 

 
 
 
 

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