Stringere la mano a Dio

Stringere la mano a Dio

Perché scrivere? Per focalizzare di essersi trovati al centro di incommensurabili eventi e per prenderne le distanze, se ne è il caso. Elaborarli, metabolizzarli, trasformarli in narrativa. Lee Stringer ha vissuto da senzatetto nel ventre della stazione Grand Central di New York dopo essere andato in bancarotta. Dal buco che si era rimediato ha utilizzato una matita (che prima usava per fumare crack) e un quaderno per fare qualcosa di inedito per lui: mettersi a scrivere. Kurt Vonnegut è un soldato dell’esercito statunitense quando viene catturato dai tedeschi, durante la seconda guerra mondiale, e detenuto a Dresda, in Germania. Si trova lì quando la Royal Air Force e la United States Army Air Force bombardano la città. Da queste due esperienze fortissime nascono Inverno alla Grand Central (Lee Stringer) e Mattatoio n. 5 (Kurt Vonnegut). La scrittura è la catarsi che li scaraventa davanti alle cose della vita, gliele piazza sotto una luce nuova, inedita e rivelatrice. Una sorta di terapia per focalizzare i limiti, le piccole schizofrenie; una formula incerta su come diventare persone migliori. Non è una macchina per diventare ricchi. Nè l’uno né l’altro lo sono diventati, infatti. Ma è un ottimo sistema per conoscersi e rivelarsi a se stessi. Questo i due lo sanno molto bene, conoscono la sensazione gratificante e liberatoria, inebriante di quando le cose si mettono in ordine e quello che ne viene fuori è chiarezza e lucidità. Come stringere la mano a Dio, dicono. Non si può sperare di arrivare più in alto…

In una libreria di Union Square a Manhattan e durante un pranzo fra amici al Café de Paris, Kurt Vonnegut e Lee Stringer si interrogano e vengono interrogati sulla natura e sulla potenza della scrittura. C’è tanta autobiografia e tanta confidenza. Nonostante i due abbiano avuto vite totalmente diverse e abbiano estrazioni sociali diverse, il loro approccio alla scrittura è lo stesso: rigoroso, perché è stato rigoroso il modo in cui hanno attraversato gli eventi che li hanno coinvolti. La letteratura è una faccenda seria, talmente seria che non può fare a meno dell’ironia. Ed è su questo piano che si danno il cambio negli interventi, flirtando con gli ascoltatori, ridacchiando fra di loro (la trascrizione fedele, talvolta pedante, rende con chiarezza il contesto e il clima in cui le due chiacchierate si sono svolte), c’è la complicità di chi si stima e sa che nell’altro c’è un pezzo inesplorato di sé. Fa bene al cuore percepirlo. Ne scaturisce un’immagine estremamente umana, epidermica di due uomini che hanno tradotto la fatica della propria interiorità e l’abominio dei propri incubi in qualcosa che non sia servito solamente a loro, ma che serva quotidianamente a tutti noi. Tuttavia, la sensazione è che Stringere la mano a Dio possa essere accessibile a chi già conosce il loro stile e la loro narrativa. Non aspettatevi alcuna rivelazione, né di conoscerli per davvero se vi manca il passaggio precedente. Se volete conoscere il vero Stringer e il vero Vonnegut, dovete necessariamente leggere quello che hanno scritto. In questo volumetto agile e veloce troverete solo qualche briciola che non sazierà la vostra fame di curiosità, ma potrà innescare quel meccanismo virtuoso che vi porterà ad incontrarli. Potrete però prendere confidenza con il loro gergo, il modo in cui continuano a vestire i panni dell’umiltà, a rimanere aggrappati alle radici che hanno alimentato la loro scrittura, a godere della familiarità che ispirano. Questa sarà certamente una buona occasione per scoprirli.



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