Sud

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Barcellona, estate 1950. Katherine Proctor si aggira per la città come spaurita, intimidita. Ci vogliono molti giorni prima che si arrischi ad avventurarsi oltre il caffè a pochi passi dalla pènsion nel quale consuma i pasti prima di rintanarsi di nuovo a letto. Le sue giornate sono scandite dall’alzarsi e abbassarsi delle saracinesche giù in strada, la domenica dalle campane della cattedrale. Passano molti giorni prima che il suo vagabondare si faccia sicuro, prima che smetta di camminare rasente ai muri e si impadronisca della città un isolato alla volta. La zona fuori dal Barrìo Gòtico in cui alloggia è quella che esplora per prima, finendo per consumare i propri pasti in un caffè nel quale siede un uomo che giorno dopo giorno la osserva, fino a quando con gli auspici della cameriera Maria la avvicina per chiederle di posare per lui. Si chiama Miguel ed è un pittore. Katherine è ella stessa una pittrice che ha lasciato l’Irlanda, un Paese che non riusciva a dipingere per spostarsi in una terra che le fosse congeniale, che la ispirasse e in breve cede alle pressanti richieste di Miguel e lo segue nelle sue peregrinazioni per la città, si accosta al suo maestro Ramon per chiedere di partecipare alle sue lezioni di pittura e finalmente, ecco che i colori, le loro trame, il loro peso non hanno più segreti per lei, si piegano alla sua volontà, rispondono duttili sulla tela come mai avevano fatto in Irlanda. Per potersi appropriare di questo Katherine ha lasciato la fattoria e i suoi trecento acri, per poter riconoscere se stessa nella donna di trentadue anni che la fissa ogni mattina dallo specchio, ha cancellato dalla sua vita il figlio Richard e il marito Tom, aiutata e sostenuta economicamente da una madre che a sua volta aveva lasciato lei e il padre in una fattoria bruciata durante i moti religiosi del 1920, per riparare a Londra. È grazie al denaro di sua madre che Katherine riesce a vivere per anni insieme a Miguel, peregrinando per la Spagna insieme a lui, incontrando lungo la strada un suo concittadino, Michael Graves, che se all’inizio le fa temere di essere stata seguita, finisce per conquistarsi la sua fiducia e rimanere parte della sua vita anche quando tutti gli altri spariranno, anche quando Miguel trascinerà nella propria follia la sua nuova famiglia…

Katherine è una delle molte donne “irrisolte” che con la loro dolorosa ricerca di sé finiscono per creare – come disse una volta Don De Lillo – un “certo disagio” nel lettore di Sud. Colm Tóibín non fornisce mai risposte facili ai propri personaggi, soprattutto a quelli femminili, in particolare non a quelli che sono madri. Katherine è preda di una dicotomia che apparentemente non le consente di vivere appieno la sua esistenza né quando è una riluttante proprietaria terriera spogliata dal marito di ogni potere decisionale, né quando è una volitiva donna libera che si accompagna a uomini fragili e irresoluti che la associano al proprio viaggio di scoperta per poi in un modo o nell’altro abbandonarla in compagnia dei propri demoni. Come sua madre prima di lei, Katherine ha difficoltà a conciliare il proprio ruolo di donna con quello di madre entrambe le volte che la vita le impone di assumerlo. Ha una sorta di predisposizione a spostare gli altri ai margini del proprio campo visivo. Lo ha fatto con la vecchia signora venuta a postulare che non rovini la sua famiglia con una causa, lo ha fatto con i propri figli e con gli uomini dei quali si circonda. Solo Michael Graves sembra resistere all’usura del tempo e tornare nella sua vita costantemente, come un compagno fedele, come l’uomo che nell’esilio è riuscito finalmente a farle comprendere l’Irlanda e le sue contraddizioni. La terza prova narrativa di Colm Tóibín, nonostante sia ormai lontana nel tempo, mantiene intatta la carica prepotente di emozioni che inondava i suoi primi lettori e a quasi vent’anni dalla sua pubblicazione, le parole che scorrono lievi profumano di perdono e riconciliazione, mancano del peso che solo il giudizio può imprimere e che mai l’autore infligge ai propri personaggi, liberando al contempo anche il lettore dal gravame di categorie concettuali e di discrimine come il bene e il male, lasciando che i suoi personaggi si presentino nudi nella loro assoluta, pura, sofferente umanità a un lettore che si muove in un campo liberato dalle sovrastrutture e dai pregiudizi, neutrale.

 


 

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