Sul troi di Aquilee

Sul troi di Aquilee

Chi decide di indossare i panni del pellegrino sceglie, anche inconsapevolmente, una dimensione, fisica o spirituale, verticale e orizzontale allo stesso tempo e che si confronta direttamente con la natura e il divino. Il Cristianesimo possiede molte vie che guidano il pellegrino attraverso lo spazio e il tempo, vie che si dilatano per accogliere riflessioni e preghiere. Pensiamo alla Francigena, o al Cammino di Santiago di Compostela, ad esempio. In Friuli, esiste un percorso chiamato Iter Aquileiense o Cammino Celeste che, contrassegnato da un piccolo pesce blu e dopo aver percorso circa duecento chilometri e partendo dalla basilica di Aquileia, raggiunge il santuario posto sulla vetta del monte Lussari, alle porte di Tarvisio. Il primo tratto attraversa la piana friulana e, dopo Aquileia ricca di reperti storici e religiosi, fa tappa nelle cittadine di Aiello e Cormons, segnando un primo arrivo intermedio presso il santuario di Castelmonte (Madone di Mont, per il friulani) per un totale di circa settanta chilometri. Percorrere questo segmento iniziale del Sentiero (Troi) Aquileiense, significa risalire controcorrente come un pesce la storia della chiesa friulana e del suo credo fino alle origini, le cui fondamenta si trovano nella chiesa madre, la Basilica di Aquileia, dove la tradizione vuole che San Marco abbia scritto il suo libro. La storia si confonde con la religione quando, poco più avanti, si incontrano le cittadine di Aiello e Cormons, luoghi sacri e memorie della Prima Guerra Mondiale. In mezzo, la campagna friulana ancora ricca, seppure trasformata dall’opera dell’uomo ma costellata di piccole chiese e santuari con croci che sembrano mani rivolte al cielo…

Ci sono viaggi, siano essi pellegrinaggi o più semplici sentieri naturalistici, che inducono il viandante e il pellegrino a chiudersi in una dimensione assolutamente intima ma che, durante il cammino, esplode in una più ampia, spirituale e mistica. La lentezza della falcata, la fatica, il paesaggio spronano il viaggiatore a mettersi a nudo e a confrontarsi con la propria vita e le proprie scelte. Christian Romanini affronta il primo tratto dell’Iter Aquileiense, partendo però dall’isola di Barbana, immersa nella laguna di Grado, e dal santuario di Santa Eufemia di Caledonia, per dare voce alla propria natura spirituale che, sin dall’arrivo sull’isola e alla Domus Mariae, si fa testimonianza, memoria e messaggio per il piccolo figlio Lorenzo, al quale sono rivolte e dedicate queste pagine. Più che una riscoperta delle radici, che in Christian sono forti e ramificate saldamente nel terreno della Patrie dal Friûl, si tratta di una loro valorizzazione, assicurata dalle testimonianze storiche, culturali e religiose che il pellegrino incontrerà durante il viaggio e che in Aquileia, nella sua basilica e nel suo rito religioso diverso da quello romano, hanno il loro cuore pulsante. La scelta di scrivere il racconto in lingua friulana aggiunge valore alla testimonianza, limitando però la possibilità di una lettura a quanti non lo comprendono. Il viaggio di Christian si arricchisce poi di segni che chiudono il suo personale cerchio emotivo e che lasciano intendere all’autore, al lettore e al pellegrino, che ogni viaggio ha in cielo una stella che dall’alto brilla e veglia sul cammino e sul viandante.



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