Sull’Etna non uccidono mai nessuno

Sull’Etna non uccidono mai nessuno
Nel porto di Catania è ormeggiata la “Cassiopea”, una delle tante barche che d’estate prende il mare carica di turisti e li porta ad ammirare i punti più suggestivi della costa o a visitare le vicine isole. A gestire l’attività sono Ernesto e Vito, che sulla barca ci abitano tutto l’anno. Ernesto - ex scrittore disilluso, folta capigliatura grigia e ricciuta che lo rende simile a un dio pagano - degli dei mitologici narra anche le gesta, esibendosi di fronte a un ingenuo pubblico di turisti che va in visibilio di fronte a tutto ciò che sembra vagamente “culturale” e “tipico”. Vito invece è lo skipper, quello che si occupa della barca e di tutte le questioni pratiche, compreso rimorchiare belle donne. I due sono complementari, una coppia perfetta sul lavoro e nell’amicizia. Dati i tempi duri, decidono di prolungare l’attività anche in inverno, proponendo escursioni sull’Etna. Per una volta, però, non sono loro a cercare clienti, ma sono i clienti a cercare loro. Quattro ragazzi dell’alta borghesia milanese li contattano per farsi accompagnare sull’Etna in cerca della sorella di una di loro, misteriosamente scomparsa sul vulcano insieme al ragazzo. Un campanello d’allarme suona nella testa di Ernesto: sull’Etna non succede mai nulla, e se invece stavolta è successo qualcosa vuol dire che nell’olimpo gli dei devono essere in subbuglio. La faccenda non gli piace per niente. Ma la paga allettante, la sua propensione a ficcarsi nei guai e una certa visione disincantata della vita, lo spingono ad accettare. Salvo poi fare marcia indietro quando ha già scoperto troppo, rischiando di provocare l’ira degli dei per la sua inopportuna intrusione nel loro mondo…
Ottavio Cappellani torna al romanzo dopo due anni con un noir ben congegnato che si legge con avidità fino all’ultima pagina. La sua seconda anima di sceneggiatore si nota nella netta prevalenza dei dialoghi sulle descrizioni, nei frequenti cambi di scena che danno al romanzo un ritmo cinematografico e soprattutto nei personaggi, tratteggiati con pochi colpi ma precisi, fortemente connotati da un modo di fare, dal linguaggio o da un’azione. Il rischio che corrono tanti scrittori “regionali”, che usano cioè come setting per il proprio romanzo la terra di appartenenza, è quello di creare un mondo immaginario troppo legato alle sue origini, incapace di oltrepassare i confini che si autoimpone. Cappellani riesce invece ad evitare il rischio proprio grazie alla sua scrittura, più vicina idealmente ai classici del noir americano, anche se l’inizio stenta un po’ a ingranare e per un attimo si ha la sensazione di rimanere impantanati tra i quartieri di Catania, tra un faraglione di Acitrezza e uno spaghetto alla bottarga. Ma poi, quando si comincia a risalire i tornanti dell’Etna, la storia cambia, e la montagna, e con lei i suoi misteriosi abitanti, perde ogni connotato geografico per assumere quello di un luogo universale, emblematico dell’intera condizione umana. Gli ingredienti propri del noir classico ci sono tutti, il protagonista borderline e il suo difficile rapporto con le donne, le finte piste, il capovolgimento del punto di vista, lo scioglimento finale (forse un po’ troppo affrettato). Ma la trama è un pretesto per raccontare altro e proprio come Ernesto, abile affabulatore, incanta i turisti con gli antichi miti greci, Cappellani ci porta sulla montagna, luogo mitico e primordiale dove gli uomini tornano a rivelarsi nei loro istinti originari, che li portano a prevaricare gli altri e far valere la legge del più forte come l’unica possibile. Del resto: “Il mare, il bosco […] erano luoghi da attraversare per tornare a casa, non erano posti da abitare. A meno che tu stesso non fossi diventato un mostro”. I “mostri” abitano sulla montagna, i “mostri” la cercano: i mostri o gli dei, che poi è lo stesso, sempre di creature ultraterrene si tratta, che per sopravvivere richiedono sacrifici umani. Un’indagine spietata sulla natura dell’uomo che arriva a conclusioni alquanto pessimistiche, ma drammaticamente reali. Peccato per qualche refuso di troppo.

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