Sull’orlo del precipizio

Sull’orlo del precipizio

Due anni, sei mesi e tredici giorni. Tanto ci ha messo Giorgio Volpe, uno dei più grandi scrittori italiani, a scrivere il suo ultimo romanzo. Sull’orlo del precipizio gli è costato tanto, e non soltanto in termini di tempo; è il suo romanzo più sofferto, nel quale ha messo tanto di sé e della storia della sua famiglia. Il giorno dopo lo consegnerà alla sua editor storica, e cara amica, e poi la Gozzi, la grande casa editrice che lo pubblica da anni, finalmente consegnerà il libro a tutti i suoi fan che lo aspettano con trepidazione. Sono gli stessi giorni in cui sui giornali si discute di un fatto che riguarda il mondo dei libri, pare che un colosso stia per sconvolgere l’intero mondo editoriale con una grossa acquisizione, ma la verità è che queste notizie lasciano il tempo che trovano: nessuno vi dà troppo peso e poi alla gente non importa un bel nulla, tra tre giorni non se ne parlerà più. Presi gli accordi essenziali, Volpe va in vacanza per una settimana con sua moglie Bianca. Al suo ritorno quindi, nel giorno stabilito, aspetta Fiorella Chiatti per cominciare l’editing. Ma al suo posto si presentano due tizi alti, camicia bianca, abito nero fresco lana, cravatta rossa, Aldo di Macerata e Sergej di Mosca. Sono i suoi nuovi editor mandati dalla Sigma, il megagruppo che ha riunito tutte le maggiori case editrici del Paese, Gozzi compresa. Non c’è più il vecchio editore di Giorgio, non c’è più Fiorella “in pensione da tre giorni”, non c’è più nessuno. I due hanno decisamente modi da mafiosi ma dicono di essere professionisti di grande esperienza. Sergej ha corretto le bozze nientemeno che di Tolstoj, perché la Sigma ha deciso di ripubblicare tutti i suoi “grandi successi” adattati al nuovo mercato narrativo e ai nuovi gusti (e basta con le tragedie!), motivo per cui il titolo di Guerra e pace sarà soltanto Pace e Anna Karenina avrà un nuovo finale; Aldo invece ha tradotto Manzoni per svecchiarne il linguaggio: “Prova a fa’ ‘sto matrimonio e ti rompiamo il culo, bello”, dicono adesso i coatti (ovvero i bravi) a don Abbondio. Ora tocca rivedere il romanzo di Giorgio; lo schema da seguire, tra le altre regole, è quello dettato dalla Sigma: “Due coiti, far vedere le tette e il sesso bagnato di donna, soprassedere su quello di maschio. Pompino solo se necessario”, legge diligente Sergej. Giorgio non crede alle sue orecchie. E nessuno risponde ai numeri che continua a chiamare. Ma che cazzo sta succedendo?

Antonio Manzini, noto per i suoi polizieschi di successo che hanno per protagonista Rocco Schiavone, pubblica questo divertissement in una pregiata edizione Sellerio - che solo a guardarla e sfiorarla con le dita è un piacere – all’indomani della grande operazione cosiddetta Mondazzoli, ovvero la fusione tra le due major Mondadori e Rizzoli che creato un vero scompiglio nel mondo editoriale italiano. Definita una novella satirica, si tratta di un racconto lungo, una specie di distopia grottesca che si diverte a mescolare le peggiori paure à la Orwell e Bradbury in maniera tragicomica. Il mercato editoriale raccontato nel romanzo è precipitato in un incubo paradossale nel quale non serve urlare che “I libri non sono azioni, non sono saponette!”. Quello che conta è che si tratta di un prodotto come un altro quotato in borsa. La narrativa italiana non esiste più, sostituita dalla “comunicazione in lingua indigena”, la poesia non esiste più, “tanto non la compra nessuno” e “Pure il teatro non c’è più. C’è la comunicazione che non si capisce una mazza”. Si ride leggendo queste poche pagine, ma di qualcosa che è terribilmente ammiccante al plausibile – se pure non ancora reale, per fortuna. Lettori livellati su gusti univoci e discutibili, editori costretti ad estinguersi da un monopolio semicriminale, il libro come prodotto equiparabile alle saponette (quanto a questo, purtroppo, qualcosa di vero c’è già eccome), autori più o meno costretti ad accettare un sistema: quanto c’è di completamente assurdo? Chi, anche solo da appassionato, segue più da vicino il mondo editoriale sorride ma un po’ amaro, e qualche domanda con Antonio Manzini se la fa. Fantaletteratura? Certamente sì. Ma inquietante uguale.

 

 

 

 
 
 
 

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