Sulla guerra

Sulla guerra
Nessuno può dichiarare una guerra se non ne ha legittimo titolo. E chi ne ha titolo? Il sovrano, ovvero lo Stato che questi rappresenta. Può dunque il sovrano dichiarare guerra a uno Stato a suo piacimento? Certo che no: è necessario che vi sia, per ciò, una giusta causa. Ovvero: la necessità di proteggere degli innocenti, o di riparare a un torto, o ancora di ripristinare il diritto naturale dove sia stato violato. E nient’altro? Beh, manca ancora la retta intenzione: nessuno può muovere guerra se non è animato dal cuore più puro e da una impersonale aspirazione alla giustizia. Ecco la parola chiave: giustizia. È per essa, infatti, che si può muovere guerra (cioè spingersi oltre i propri confini ad uccidere altre persone - soldati, per chi preferisce il termine e immagina che i civili possano realmente venir risparmiati nell’ambito di un conflitto armato) e per nessun altro motivo. Non si fa guerra in nome del proprio interesse particolare, né di Dio: la guerra può e deve essere “giusta”, ma mai “santa”...
Francisco Suárez, grande teologo giurista del VI secolo e massimo allievo di Francisco Vitoria (fondatore della Scuola di Salamanca), scrive un piccolo gioiello di dialettica scolastica, qui offerto in una bella edizione rilegata da Quodlibet, con testo latino originale a fronte per la cura di Aldo Andrea Cassi (autore anche del saggio introduttivo). Un’opera (stampata con il parziale contributo del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Brescia) che ha certo valore di classico, ma che andrebbe riletta con attenzione per comprendere quali siano oggi i metodi di legittimazione delle tante aggressioni internazionali in corso (a molte delle quali partecipa l’Italia). Per quanto Suárez faccia di tutto per tenere Dio fuori dalla trattazione - fondata interamente sul diritto naturale - una questione ritorna prepotente: come possono i cristiani (cioè quelli dell’amore per il nemico, del porgere l’altra guancia, del “non opporre resistenza al male” - Mt 5,39) non solo tollerare la guerra ma addirittura legittimarla a suon di ragionamenti e deduzioni? Come può non saltare all’occhio che la recta intentio non può essere scrutata da nessuno nel cuore del sovrano belligerante? Non la si prenda come una banalizzazione; al contrario, l’invito è a prendere questo autore tremendamente sul serio: solo così sarà possibile cominciare a capire come mai - dopo 6.500 anni di storia e quasi 10.000 trattati di pace - il mondo è ancora in guerra.

 

 

 

 
 
 
 
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