Sulla riva

Sulla riva
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Nicola non riesce a togliersi dalla mente quella sequenza: l’ansito di Mauro, lo schiocco, il guaito, acuto; il tonfo della ceramica, il tuffo, il corpicino di Daka che si dimena nell’acqua, l’ostinazione, la speranza, l’attaccamento alla vita dell’animale che continua a scalciare finché non diventa parte del fiume, materia nera e senza forma trascinata dalla corrente nella notte. Ora Nicola Greco è in un letto d’ospedale, la dottoressa gli dice di tastarsi il braccio operato, dovrebbe sentire un thrill, una vibrazione. Dove prima c’era una vena adesso la circolazione è arteriosa e può percepire il fluire del sangue; non è più un pulsare sordo, freme, ruscella come il Malemma, e come il fiume quel thrill è il suo nuovo compagno, il segno della presenza della malattia, dell’assenza di un rene funzionante. Rene policistico autosomico dominante, così si chiama l’unica eredità di un padre che non c’è mai stato… Quando è iniziato tutto? Ricorda il giorno in cui lui e sua madre, Agata, hanno abbandonato il Sud e si sono trasferiti nella provincia veneta; Giovanni Menegaldo, il pirata che gli ha detto il nome del fiume, il nuovo lavoro di sua madre presso l’azienda del signor Cestaro. Ricorda il giorno in cui Elena, la figlia del capo, ricevette la piccola Daka, il tenero cucciolo di setter – e lo voleva anche lui un cane – il primo giorno alla scuola media quando Mauro Menegaldo, la potenza muscolare nascosta sotto un velo di adipe, gli tese un panino con la salsiccia cruda e disse: “E così sei tu l’altro figlio di mio padre”. Vede Daka affogata nel Malemma, vede quell’ubriacone di suo padre anche lui affogato nel fiume, vede una targa in memoria di Chiara Tesser. Perché dove c’è un fiume, c’è gente che ci affoga, questo è certo…

Sulla riva è il romanzo d’esordio di Francesca Violi, un esordio intenso, una storia dura che non risparmia patimenti ai personaggi e, con loro, fa soffrire anche il lettore. L’abbandono, la morte, la malattia, la tossicodipendenza, sono solo alcuni dei temi che fanno compagnia durante la lettura. Non bisogna dimenticare la genitorialità, la paternità accettata o rifuggita, l’amicizia, la fratellanza, le difficoltà nel fare i conti con le eredità paterne. I personaggi principali, Nicola e Mauro, non sono solo fratellastri, il loro rapporto fatto di amicizia, alcool, competizione, lontananze e vicinanze è il nucleo della storia. I due bambini, poi ragazzi, e infine uomini, appaiono come due facce di un’unità combattuta tra affetto e rancore. Le atmosfere sono tinteggiate di noir e lo stesso vale per un arco narrativo consistente del romanzo, tuttavia sembra riduttivo incasellare questo libro in una categoria di genere perché nella provincia veneta il vero protagonista è il fiume, “più che una presenza il Melemma è un’assenza. Se la notte è mancanza di luce e colore, il nastro nero sprofondato tra le rive e la vegetazione è una fascia di notte condensata, ancora più buia e liscia e uniforme. L’odore è il misto familiare di fango e alghe marce, con una punta di chimico, la viscera aperta della terra lasciata a fermentare nel caldo estivo”. Il Malemma con la sua fanghiglia scandisce il ritmo della vita e della morte, ma soprattutto scandisce il ritmo della scrittura della Violi che alterna con sapienza la lentezza placida delle acque, alla violenza della piena, per giungere a un delta impetuoso…



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