Suttaterra

Suttaterra
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La casa dei Buscemi ‒ due piani maestosi eppure malmessi e squallidi ‒ è edificata in uno stile vittoriano, e si trova dirimpetto a una vecchia chiesa lignea guidata dal pastore Dale Murray, di origini irlandesi. Giuseppe Buscemi è solo nella stanza, e si ripete “Sei un vedovo”, come un mantra da mandare a mente per prendere coscienza. Il cielo è scuro su Milton, West Virginia. Il figlio di Razziddu vive di ricordi, turbamenti e ossessioni, ma cosa vuoi fartene dei ricordi se hai perso la donna che ami? Da quando Maria se ne è andata – un anno prima - trascorre le sue giornate nel più completo sfacelo, dedicandosi a un abbandono totale fra bottiglie di whisky scadente e lamette sparse, pensando a un modo per farla finita e raggiungere nel regno del riposo eterno la sua consorte. Proprio quando si è fatto persuaso che la potrà rivedere solo nell’Aldilà, Giuseppe riceve una lettera: sulla busta il nome “Maria” e la data di dieci giorni prima. “Arriverai dal mare e ci rivedremo nel nostro posto speciale. Tra un mese. La tua Maria”, c’è scritto. Non può essere uno scherzo, riconoscerebbe di certo la sua calligrafia. Ma qual è il posto speciale a cui si allude? Il porto? L’hotel? Il luna park? Lui, Giuseppe Buscemi, il becchino di Milton con sangue siciliano nelle vene, è abile ad acconciare i corpi privi di vita e a sistemarli nelle casse, ma non riesce a rassegnarsi alla morte dell’amata e spera che sia ancora di questo mondo…

Suttaterra è il sequel del fortunato esordio di Orazio Labbate, Lo Scuru. L’editore è il medesimo ed è la prima volta che un autore compare per due volte nel catalogo romanzi di Tunuè. Il trait d’union fra i due lavori è Razziddu Buscemi, qui ridotto a poco più che una presenza opalescente nelle prime pagine ma vitale per la creazione di un contrasto, quello fra figlio e padre ma anche fra due modi differenti di concepire l’esistenza. Al suono delle campane casa Buscemi trema, ma in qualche modo è come se la religione stessa, coi suoi tetri rintocchi, facesse sobbalzare il cuore di Razziddu, uomo colmo di superstizione e false credenze. La storia che si sviluppa nella seconda metà è quella di un nòstos, di un ritorno, dato che Giuseppe viene spinto dal rinvenimento della lettera a partire alla volta di Gela, la città del Petrolchimico trasfigurata in un luogo dark, la sua personale Mecca in cui eros e thanatos si fondono. All’uscita di questo romanzo, la stampa ha parlato immediatamente di “gotico siciliano”, definizione di comodo che ben si applica però alla poetica di Labbate, ma è evidente che ci siano richiami anche a una tradizione diversa che va da Poe a Lovecraft, oltre che a italianissimi esponenti del soprannaturale come Massimo Bontempelli. Andando oltre l’immaginario squisitamente letterario, un altro riferimento che pare esserci è il regista David Lynch, maestro visionario che fa delle atmosfere oniriche e surreali un marchio di fabbrica. Come se ciò non bastasse, il minuscolo Alfonsino Scibetta, descritto come “vestito di un rubicondo abito elegante”, ricorda molto da vicino il Nano che popola i sogni di Dale Cooper in Twin Peaks. Tutto il libro si gioca sulle contrapposizioni, dal rapporto di odio di stampo edipico che intercorre fra Giuseppe e Razziddu fino alla dicotomia fede-fanatismo. Qual è il senso profondo di questa discesa nei recessi dell’animo che è Suttaterra? Citando proprio Lynch, talvolta di fronte a una manifestazione artistica è bene cedere esclusivamente all’intuito e all’inconscio, lasciando che tutto si sviluppi senza filtri, e dunque “è meglio non preoccuparsi troppo dei significati e delle interpretazioni, altrimenti rischi che la paura ti impedisca di andare avanti”.

LEGGI L’INTERVISTA A ORAZIO LABBATE



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