Swordfishtrombones

Swordfishtrombones
Alla fine degli anni Settanta, il giovane cantante americano Tom Waits si trova ad un bivio della sua carriera. E’ infatti intrappolato dallo stesso mito che ha creato sul suo personaggio di alcolizzato cronico e schivo crooner dalla voce rauca senza troppi peli sulla lingua. Deve cercare una catarsi per ribellarsi alla sua stessa identità, che lo opprime e lo limita. Nel 1979 si trasferisce così a New York: qui Francis Ford Coppola gli chiede di scrivere la colonna sonora di Un sogno lungo un giorno. Questa esaltante commissione, che sarà poi candidata all’Oscar, cambierà la vita del cantante. Due i motivi principali: 1) per concentrarsi nel lavoro compositivo Waits sarà costretto a ripulirsi dall’alcool che caratterizzava il suo stile di vita precedente; 2) troverà in una sceneggiatrice che collaborava con il famoso regista de Il Padrino - al secolo Kathleen Brennan - il suo amore per la vita. Dopo soli due mesi di innamoramento, sposa infatti la ragazza e inizia a pensare a un nuovo album: Swordfishtrombones, appunto. Il disco della svolta sarà un successo mondiale fatto di jazz, blues, colonne sonore di film dimenticati, nostalgie, nebbie e territori del cuore, teatro tedesco, percussioni asiatiche, le visioni di Captain Beefheart e molto altro. Se prima del 1983 la musica di Waits era principalmente fatta di pianoforte voce e chitarra, da quest’album in poi si costruirà un’estetica nuova, che sconvolgerà il mondo del pop tout court (e che qualche anno dopo sarà anche alla base del lavoro del nostro Vinicio Capossela)... 
Di tutto quello che abbiamo appena ricordato, in questo libro del giornalista musicale californiano non troverete forse quasi nulla. Il commento alle singole tracce - come nella migliore tradizione della collana “33 1/3” di Continuum Books, che dedica ad ogni uscita un breve saggio su un disco memorabile - cerca invece di presentarci in una visione intimistica e personale la parabola dell’uomo Waits. Il gioco non è facile, perché i riferimenti risultano un po’ troppo arbitrarî, e sembra quasi che l’autore stia parlando più di se stesso che di Waits; ma è proprio questa la chiave: un album così eterogeneo spiazza anche il miglior critico musicale. In questo senso l’enciclopedismo è volutamente tralasciato e l’approccio ‘di pancia’ assomiglia alle divagazioni del Lester Bangs più ispirato o del Paul Morley più visionario. I fan di Waits, che conoscono a menadito la storia del loro idolo, saranno contenti di sentire raccontato l’album in un modo così originale o per lo meno insolito. Tutti gli altri potrebbero leggerlo comunque per avvicinarsi al mondo del cantante americano. In conclusione c’è pure una bella postfazione di Dente.

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