Tavolo numero sette

I matrimoni possono essere un’incombenza tediosa, specialmente se conosci solo lo sposo e neppure tanto bene. Stefano non sa dire perché abbia risposto all’invito di Nick; forse, si dice, per la bella sorella dello sposo. Così, prima di partire, infila in tasca una scatola di preservativi deciso a prendersi il meglio dalla situazione. È solo dopo essere arrivato al ristorante che Stefano si rende conto che quello non sarà un ricevimento qualsiasi. Un sussurrato fermento serpeggia tra gli invitati. Al centro, un uomo che se ne sta in disparte e che sembra rassegnato a essere evitato da tutti. Un uomo che finisce con il sedersi proprio al suo tavolo, il numero sette: si chiama Camillo, di mestiere fa il giudice e di recente ha fatto assolvere Pietro Erardi, il grande imputato, il freddo assassino di due donne innocenti. La star, suo malgrado, di un processo che ha appassionato gli spettatori di tutto il Paese, seguito dai più amati talk show, rimbalzato da un opinionista all’altro. Un processo il cui esito ha lasciato il pubblico interdetto e ancor meno fiducioso in quella giustizia che dovrebbe assicurare protezione e che invece sembra favorire sempre i più forti. Anche gli altri ospiti seduti al tavolo conoscono Camillo. Federica e Massimo, la coppia felice, Nicoletta, la madre severa e credente, e Deborah, una diciassettenne con gli occhi incollati al cellulare ma la mente curiosa. Così, quella che minacciava di essere una giornata estenuante, buona al più per rimorchiare, si tramuta presto in un processo in cui al banco degli imputati, questa volta, è chiamato proprio il giudice…

Il nuovo romanzo di Darien Levani, già autore di Toringrad del 2016, è prima di tutto un lungo dialogo sulla giustizia e i suoi lati oscuri, sia nel senso morale del termine sia in quello tecnico e procedurale. Incalzato dalle domande dei convitati seduti al suo tavolo, abbastanza stolide da far sospettare un’estrazione social, Camillo risponde con la stessa fredda precisione di un libro di testo, atteggiamento che certo non conquista la simpatia dei convitati. Potrà mai essere così difficile decidere se una persona sia colpevole o meno? Cosa bisogna commettere per essere spediti in carcere, quale grado di efferatezza? Inutile chiederselo, tanto quelli che finiscono in carcere sono solo i poveracci senza mezzi. Ecco perché il Paese va a rotoli. Con pazienza, anche con un po’ di superbia, Camillo illustra agli astanti i difetti, ma soprattutto i pregi, della macchina della giustizia; motiva decisioni, abbatte tesi peregrine e soprattutto sfalda a poco a poco l’arroganza e le storture dell’altra giustizia, quella mediatica, pronta a ergere il buon senso comune a misura di tutto. Una giustizia del popolo che sembra imparziale, genuina, ma che in realtà nasconde un’anima ipocrita e miope: tutti sono pronti ad avventarsi e banchettare sul malcapitato di turno, o meglio ancora sulla sua fama momentanea, ergendosi a paladini senza macchia e ignorando volutamente la polvere nascosta sotto il proprio tappeto. Lo nota Stefano, interagendo con gli altri convitati nelle pause tra i monologhi di Camillo: tutti hanno segreti da nascondere.

 


 

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