Te lo giuro sul cielo

Te lo giuro sul cielo

Fin dalla più tenera età, Cecilia Boschetti ha manifestato la sua grande attrazione per la musica, in particolare per la piccola fisarmonica di suo zio Rino, che l’uomo ripone con cura sotto una coperta dopo ogni utilizzo. Per evitarne i reumatismi, dice ironicamente. Per Cecilia la tentazione di suonare lo strumento è fortissima, e di nascosto entra spesso in camera dello zio per usarlo: è chiaro che la sua passione e il suo talento li ha ereditati da suo padre Pio, musicante famoso a Cercivento e dintorni, orgoglioso del fatto che la sua bambina preferisca la musica al gioco. La prima fisarmonica di Cecilia è un regalo del Doghe: è vecchia, più di qualche nota esce stonata, a tratti addirittura il suono sembra sparire. Ma per imparare è più che sufficiente. Non appena si presenta l’occasione però, Pio ne acquista una più dignitosa, una Bagnini al costo di trentaduemila lire pagabili a rate, di nascosto da sua moglie Augusta, sperando che la passione della figlia non si riveli un fuoco di paglia; la tradizione di famiglia deve essere continuata, ma la povertà imporrebbe una maggiore oculatezza nelle spese. Cecilia cresce con la tempesta nell’animo: istintiva, incostante, la madre Augusta non se ne capacita. Sua figlia è bella e aggraziata, ma si concia e si comporta come un maschiaccio; solo la musica è capace di disciplinarla, di renderla quieta e silenziosa. Ha solo sedici anni quando si innamora di Mauro ‒ un uomo del Sud già sposato – e rimane incinta. Tante le promesse dell’uomo, e Cecilia vuole stargli vicino. Quel pomeriggio va al cantiere dove lui lavora, gli corre incontro col suo solito slancio infantile, ma scivola sull’impalcatura, piatta sulla pancia. Un rivolo di sangue le scorre tra le cosce, trasformandosi in un’emorragia. Il dolore è immenso, e Augusta prova a scacciarlo con il sollievo. Sua figlia non è pronta per una gravidanza. Eppure, il destino ha in serbo per loro un’incredibile sorpresa…

“Colpa di Corona che ha voluto a tutti i costi tirarmi fuori dalla mia tana carnica”: così Luigi Maieron, friulano DOC (cancelliere di giorno e cantastorie di notte, come lo hanno definito), in una breve intervista radiofonica racconta simpaticamente la nascita del suo ultimo libro, Te lo giuro sul cielo, un’autobiografia a spasso nel tempo e nei ricordi, ripercorrendo le proprie origini e quelle della sua passione per la musica. Il suo paese, Cercivento, abbarbicato sulle montagne del Tenchia, circondato da venti che creando un vortice favoriscono tra quelle vette – così dice la leggenda – l’incontro di fate provenienti da tutta Europa. Una vita fatta di isolamento, povertà, tradizioni radicate dure da scalfire e una mentalità che sembra essere lontana anni luce dalla realtà. La figura di una madre-bambina (venuta a mancare nel 2017) che ha costretto l’autore a crescere presto, immerso in un mondo – quello dei musicanti - fuori dall’ordinario, ma che gli ha permesso di guardare la vita da un’angolazione niente affatto scontata. Una donna che ha sfidato le convenzioni, “che le sue quote rosa se le è strappate coi denti”, e che era “di un’anarchia esistenziale fuori da ogni logica”: all’età di un anno, il piccolo Luigi veniva portato in giro sul Gilera del nonno perché sua madre, nella sua incoscienza, si rifiutava di avere una carrozzella; si narra anche di atti vandalici, addirittura di incontri pugilistici. Si narra: come se fossero tutte leggende metropolitane – e date le situazioni e i personaggi strampalati descritti nel romanzo si potrebbe ben pensare sia tutto frutto della fantasia dell'autore! - e invece è tutto vero, impreziosito dalla prosa poetica di Maieron, una “prosa musicale”, come a ragione viene definita dall’amico Mauro Corona, che ha curato la prefazione del libro. E poi c’è la musica (quella della tradizione, in primis, ma non solo): che unisce, libera, disciplina, rallegra, scaccia via il dolore; attraversa le pagine accompagnando e scandendo il tempo che scorre inesorabile, cancellando volti anonimi, ma estremamente umani e particolari che solo scritti come questo di Maieron possono riuscire a salvare dall’oblio.



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