In tempo di guerra

In tempo di guerra

Marco decide di scrivere una lettera a Concita De Gregorio, giornalista, che cura una rubrica quotidiana in cui si confronta con i lettori. Marco ha trent’anni appena compiuti e un mucchio di riflessioni, domande, perplessità e non sa con chi confrontarsi. Comincia un dialogo epistolare tra i due. Concita si ritaglierà del tempo per rispondere a Marco tutte le volte che potrà e tra di loro il dialogo non potrà che essere sempre più interessante e ricco di spunti di riflessione. Si comincia da quello che Marco considera il suo dubbio più atroce: qualcuno in Italia si è mai posto il problema di come vivano i trentenni? Ormai non sono più adolescenti ma a loro è preclusa ogni possibilità di espressione. Ritenuti troppo giovani per avere incarichi di responsabilità, troppo immaturi per qualsiasi incarico che non sia meramente esecutivo, ci si sente frustrati e incompresi. In pochissimi a trent’anni hanno un lavoro stabile, una famiglia, hanno avuto la possibilità di vivere da soli, magari anche provando ad acquistare un appartamento. Questa generazione è stata tagliata fuori dalla Storia: la politica non li rappresenta e loro non credono più ad alcun ideale politico, la religione è per pochi fortunati che ci credono. Che cosa resta? Andare a combattere con i curdi? Cercare una giusta causa per vivere? Marco è confuso, ironico e tagliente, gentile e allo stesso tempo non nasconde il suo malessere, il sentirsi sempre ai margini. Concita consiglia letture, capisce e risponde con gentilezza, con la maturità di chi ha già attraversato quel periodo della sua vita…

Concita De Gregorio è una delle penne del giornalismo italiano più note. Già direttore de “L’Unità”, ora scrive per “la Repubblica” e qui cura una sua rubrica quotidiana. La storia della corrispondenza con Marco parte da una base di realtà. La De Gregorio ha realmente ricevuto una lettera da un lettore che la ha ispirata. Ha poi strutturato il suo romanzo in maniera epistolare, per cui i due protagonisti si scrivono una lettera al mese. Marco è inquieto, volubile, racconta della sua famiglia “esplosa”. I genitori sono stati prima “figli dei fiori” e poi sono diventati testimoni di Geova. La loro comunità impone regole da seguire ferree, chi non le rispetta è fuori. Marco e sua sorella, cresciuti, hanno deciso di abbandonare la comunità e ormai sono praticamente il sostegno l’uno dell’altra. Concita ricorda la sua infanzia in Spagna, suo nonno, le poesie che leggeva. Passato e presente si intersecano e si completano. La scrittura della De Gregorio è fluida, scorre leggera, il plot regge e riesce a mantenere vivo l’interesse del lettore che è sempre incuriosito dagli spunti di riflessione che gli vengono lanciati. Forse l’atteggiamento dell’autrice può parere un po’ paternalista: ti insegno io a vivere, sembra a volte dica al suo interlocutore. Ma, si sa, il dialogo tra mondi e generazioni diverse è sempre complesso e complicato. Vale la pena lasciarsi coinvolgere dalla lettura di questo romanzo leggero e allo stesso tempo profondo prendendo tutto quel che di buono si possa in questo metaforico “tempo di guerra”.



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