Tempo di uccidere

Tempo di uccidere

Il caldo torrido penetra in questa vegetazione camaleontica e arida, inframmezzata di tanto in tanto da qualche bestia più o meno feroce e da selvaggi che vivono in villaggi che tutto sembrano fuorché agglomerati di urbana civiltà. Sono finito qui perché non potevo esimermene, dato che il mio glorioso e romanissimo Paese necessitava di un impero, e quella scatola di sabbia della Libia non era sufficiente per fregiarsi di tale, onorevole titolo. E allora eccomi qua, insieme a tanti altri disgraziati come me, a rendere omaggio al Re e al Duce con la conquista di questo postaccio dimenticato da Dio incastonato in Africa Orientale. Oggi sono più polemico del solito perché ho un mal di denti atroce e la voglia di mollare baracca e burattini e marcare visita è già più di un’intenzione. “Io me ne vado”: così dico a un mio commilitone intento a fumare una sigaretta. Mi avvio subito verso il fiume, accompagnato da un’aureola di caldo tropicale e umido tutt’altro che esotico e buono solo ad aumentare il già persistente dolore dentale. È l’inizio di un’avventura, un’avventura inaspettata che avrebbe segnato la mia vita più di mille, insensate battaglie…

Primo - e unico - romanzo dell’eclettico intellettuale pescarese Ennio Flaiano, Tempo di uccidere racconta l’assurda vicenda di un tenente dell’esercito italiano di stanza in Etiopia e del suo girovagare in un tempo e in uno spazio che sembrano assottigliarsi e comprimersi in un microcosmo chiuso, metafora di una fuga resa impossibile da baluardi insopprimibili quali il senso del dovere e la coscienza. Il protagonista di quest’opera non ha i tratti dell’eroe ma non è nemmeno un vigliacco, sa mascherare con l’altezzosa superiorità del colonizzatore sentimenti genuini verso una donna del luogo che però ucciderà per tragico errore; teme per la propria vita e, soprattutto, cerca di trovare una via d’uscita all’inferno fisico e mentale che lo affligge. Egli riuscirà a curarsi proprio quando sarà lontano da tutto e da tutti, ospite nella capanna di un misterioso vecchio, ma neanche allora le sue peripezie finiranno. Flaiano rivela la sua poliedricità e la sua insofferenza alle categorizzazioni anche qui, divertendosi a smontare gli stilemi classici del romanzo e vestendo di surreali tratti farseschi un lavoro che, almeno per trama, ambientazione e titolo, parrebbe incanalarsi nei sentieri spesso innocui di una certa narrativa di guerra, ma la guerra che dovrà affrontare il povero tenente sarà principalmente spirituale. A metà tra Buzzati e Camus, l’autore descrive un’intima e umana atonia, che tra un sorriso e l’altro non può non ammantarsi di beffarda tragicità.



 

 

 
 
 
 

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