Teorema dell’incompletezza

Teorema dell’incompletezza

A Centocelle suo padre gestiva un bar. Ora non più, il bar lo hanno venduto ai cinesi. E poi nemmeno suo padre è più vivo. Lo hanno ammazzato sette anni prima, proprio in quel bar, con una Beretta, come la marca dei salami. Non è che uno si chieda subito perché sia successo. È successo. Poi però con gli anni la voglia di sapere piano piano si fa spazio. Tito, il figlio maggiore che fa il poliziotto, nel tempo ha raccolto molte prove che di quel padre rendono un’immagine totalmente diversa. Non solo il titolare di un bar in un quartiere popolare, un uomo simpatico, pronto alla battuta e accanito tifoso della Roma, ma qualcosa di più insospettabile e torbido. Tocca andare indietro, tocca tornare agli anni Settanta, quelli della contestazione, dei rossi e dei neri, delle molotov e dei sampietrini. Tocca tornare agli anni in cui da una parte o dall’altra si doveva stare e Tito con la sua indagine scopre con sollievo che il padre aveva deciso di stare dalla parte dello Stato. Lo Stato sono i celerini, quelli che menano, i poliziotti della notte alla scuola Diaz e a Bolzaneto. Tito parteggia per loro. Non così suo fratello, che sta sul fronte opposto. Per questo non si parlano. E però la necessità di fare chiarezza sul passato del padre, l’urgenza di capire dopo tutto questo tempo perché sia stato ammazzato, li costringe ad una tregua. Ciascuno a modo proprio ‒ ripescando dal passato rancori e risentimenti da rinfacciarsi reciprocamente ‒ proveranno a sciogliere i nodi di questa storia; ognuno coi propri mezzi, chi avendo libero accesso ai documenti dei servizi segreti, chi assortendo una compagnia di improbabili detective male in arnese per scoprire finalmente chi era veramente questo padre e perché è stato ammazzato…

Difficile non guardare al nostro panorama della narrativa esordiente come una palude in cui si muovono arcane figure come quelle ritratte da Federigo Tozzi nel suo racconto Il crocifisso: “sbozzature di bestie informi, che non possono muoversi dal loro fango perché non hanno né gambe né occhi”. Cioè quelli che per non sapere dove andare, rimasticano e sputano quello che è loro intorno. Valerio Callieri, per carità, sa mettere in ordine le parole e costruisce una storia densa, nell’accezione di articolata. Prova ad essere originale nell’utilizzo disinteressato e bohémien dei registri lessicali, del tono narrativo e via di notazioni tecniche di questo tenore, però non ci riesce. Il romanzo che costruisce ha la sua struttura e dentro ci sono tanti elementi, ma tutti così prevedibili che una fatica del genere (e certamente per scrivere di fatica se ne fa), finisce per esaurirsi in un compitino o, nel peggiore dei casi, in un emulo già mille volte scritto, già mille volte letto. Un peccato, perché la letteratura è satura di fratelli dagli animi contrapposti ‒ uno integerrimo supporter dell’ordine e della disciplina e l’altro un po’ tanto “volemose bene” ‒ è farcita come un uovo di passati torbidi e omicidi insoluti che affondano radici negli anni di piombo, ché con la loro fitta rete di misteri, intorbidamenti e la storia che non assolve nessuno né da un lato né dall’altro, si presta bene a fare da scenario di storie così assortite. Un peccato per la banalità della trama e dello stile che si abbandona a fin troppi cliché che se da un lato sono rassicuranti per chi scrive (e per chi è un po’ pigro o a corto di immaginazione, dipende) però dall’altro lato hanno il volto vischioso delle cose stucchevoli. In troppi ricalcano lo stesso modello, in pochi riescono a venire fuori con una voce veramente autentica. Callieri non è tra questi, al momento, anche se ne va apprezzato lo sforzo, premiato anche con la vittoria del prestigioso Premio Italo Calvino destinato agli scrittori esordienti. Sarà per un’altra volta.



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