Terra bruciata

Sono tanti i corpi che si muovono nella notte e poche le anime ancora in grado di provare un sentimento diverso dalla paura. “Alcuni dicevano: ci hanno fregato… siamo spacciati… altri volevano parlare ma non dicevano niente… sembrava che pregassero o masticassero parole”. Si sente il fischio di un uomo, è quello che comanda, è stanco, sudato e al suo segnale si accendono quattro riflettori. Gli uomini e le donne che da giorni hanno lasciato le loro case e il loro Paese sentono che qualcosa di sinistro sta per abbattersi sulle loro vite, ma non sanno cosa. Le luci dei riflettori non fanno intravedere nulla, sono puntate contro e non permettono di distinguere nemmeno i contorni delle montagne. Qualcuno però inizia a prendere coscienza, qualcuno inizia a essere sincero con se stesso e a comprendere che quel cammino è servito per andare incontro a degli aguzzini e che quell’uomo con il cappello e con quel grande naso, ne è il capo. Epitaffio – così si chiama il comandante della malefica ciurma – è soddisfatto: come da accordi, ad attenderli ci sono i quattro complici, le motociclette e i camion. Il tempo di sistemare il generatore di corrente che è saltato e l’uomo si rende conto di quanti siano. Questa volta sono davvero in tanti, i suoi complici hanno fatto proprio un bel lavoro. Intanto la gente ha capito, intanto le anime hanno paura. “A me è già successo a Medias Aguas… eravamo spacciati… mi sono salvato per puro caso… ci hanno picchiato… ci hanno buttato a terra e ci hanno picchiato di nuovo”. Due fischi lunghi e continui: è il segnale che Epitaffio lancia a due ragazzi infiltrati in quel gruppo di corpi perduti, che hanno condotto i loro connazionali nelle fauci del lupo. I due traditori corrono verso Epitaffio, come possono correre due vigliacchi, girando le spalle a chi hanno tradito, correndo verso chi li ha assoldati, senza voltarsi, senza vergogna. “Ci avevano ingannato… quei due bastardi che sembravano quasi bambini… e se ne sono andati ridendo… li ho sentiti io ridere… poi non li ho più visti”. Anche questa è fatta: a Epitaffio non rimane che svuotare la vescica e svegliare Stele, la sua amata donna che dorme nel furgone…

La notte, la fuga, la speranza di una vita migliore: l’affidarsi nelle mani di chi promette aiuto in cambio di soldi, tanti soldi, per ritrovarsi braccati da aguzzini senza scrupoli, per ritrovarsi in preda alla sofferenza e al dolore più acuti. Uno scenario terrificante quello di Terra bruciata, di Emiliano Monge, un libro forte e crudo, in cui il tormento dell’animo umano trova sfogo nelle brutalità perpetrate contro i propri simili. Descrive l’Inferno Monge, un Inferno in cui Epitaffio e Stele, proprio al pari di Caronte, sono i traghettatori della morte e del dolore. Due amanti, che trovano sfogo nelle cattiverie commesse nei confronti di povere anime trasportati in grossi camion. Gente privata della propria dignità e dei propri beni, che spera di arrivare negli Stati Uniti, alla ricerca del riscatto e invece viene venduta come carne al macello e tradita nel più meschino dei modi. Un libro dalla trama serrata, dal linguaggio asciutto e lineare, fatto di dialoghi, in cui le vittime e i carnefici si fondono e si confondono, in cui lo scrittore mette in bocca la parola amore a chi è inetto nel comunicare, ma capace di tanta efferatezza. Bella la penna di Monge, abile nel catapultare il lettore nell’orrido precipizio di questo pezzo di realtà messicana, cercando al contempo di contenere con la sua scrittura, tutte le atrocità che si palesano nel romanzo. Toccanti i pensieri dei migranti, che spesso l’autore alterna a versi della Divina Commedia (l’idea iniziale di Monge era quella di dividere il libro in Inferno, Purgatorio e Paradiso, ma poi si è reso conto che stava descrivendo solo l’Inferno); la voce narrante è distaccata, se pur attentamente partecipe. Nonostante le crudeltà raccontate, lo scrittore non si erge mai a giudice e il lettore non viene mai messo nella posizione di giudicare. L’unica empatia possibile è quella con la sofferenza e con l’afflizione di chi è portato allo stremo. Terra bruciata non è un romanzo che nasce dalla fantasia di Monge, ma è frutto di studi e di attenta documentazione da parte dello scrittore, un lavoro che ha dato vita a un libro complesso, sia per le emozioni che trasmette che per i contenuti per niente semplicistici. Terra bruciata è terra messicana, è animo messicano, è dolore, è speranza di nuova vita, ma non solo. Il libro di Monge vuole essere anche un viaggio nel cuore dell’uomo, abitato dall’aridità, ma dove può esserci anche sentimento. Un viaggio caro allo scrittore, che si intravede palesemente in Cielo arido pubblicato nel 2012, un cammino in cui l’insensibilità può andare di pari passo all’affettività: unico rischio è che non si incontrino mai. Leggere Terra bruciata significa immergersi in una problematica antica, anche se drammaticamente attuale: è necessario non fermarsi alle prime pagine cariche di una penetrante sofferenza, perché leggere questo libro fino alla fine significa informarsi e arricchirsi, pur correndo il rischio di risvegliare la coscienza.

LEGGI L’INTERVISTA A EMILIANO MONGE



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