Terra di sangue

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Sudafrica, Northern Cape, circa dieci anni fa. L’ispettore bianco Albertus Markus Bert Beeslar, alto ben 1,95, capelli neri e tratti forti, pallido e cupo, viene avvisato del massacro in una fattoria: sono state uccise la proprietaria pittrice bianca (Freddie) e la bambina di quattro che stava adottando (Klara, affetta da sindrome alcolica fetale). Beeslar è uno che lavora sodo, di vecchia scuola, finché un caso non viene risolto 14 ore al giorno, niente straordinari weekend riposo; ha amori lontani e tragedie nel passato, la rossa Gerda non vuole più vederlo dopo gli orribili casini accaduti anche con i figli di lei a Johannesburg, prende ormai regolarmente anticonvulsivi contro la sindrome da stress post-traumatico, poi lo hanno punito per le botte a un collega (violentatore di donne), ora da un paio di mesi è stato mandato in un minuscolo luogo remoto quasi di confino. In quell’area aspra, poco densamente popolata convivono etnie diverse e stratificate, sono in corso un’ondata di furti di bestiame (pecore e bovini) e assalti alle fattorie (afrikaans), il tasso di omicidi è divenuto il più alto di tutta la nazione, al riarmo generalizzato della criminalità organizzata e degli odi razziali sembrano aggiungersi rivendicazioni di nativi e potenti interessi immobiliari intorno alle terre. Arriva da Cape Town Sara Swarts, sorella più piccola di Freddie, giornalista ambientalista, minuta e atletica, occhi verdi e capelli scuri (spesso con la coda), attraente spavalda tignosa. Non si vedevano da un paio d’anni, avevano litigato e, nel frattempo, il padre era morto accudito dalla figlia maggiore. C’è qualcosa che non torna nel rituale macabro dell’omicidio…

La bozza di questo bell’esordio letterario della giornalista politica Karin Brynard (Koffiefontein, 1975) era di oltre mille pagine, è uscito ridimensionato nel 2009 in afrikaans, poi tradotto in inglese nel 2014, ora finalmente in italiano. Trasuda intimità verso quell’ecosistema complesso a 900 chilometri da Città del Capo, sia per l’arido contesto selvaggio del veld (sabbia rossa, crateghi, alberi nani, rocce di dolerite nera, miniere di ferro e manganese, leoni del deserto, babbuini ammaestrabili) sia per il mosaico etnico non solo del post-apartheid (boscimani, Griqua, meticci, ognuno con relative lingue e riti). Segnalo lo slogan lanciato dopo la morte del leader del partito comunista sudafricano Chris Hani nell’aprile 1993 (quando i moti da guerra civile furono calmati dall’apparizione a reti unificate di Mandela, ancora semplice cittadino): “uccidi, il boero, uccidi il colono”. In realtà, come spiega Beeslar, “il mondo è pieno di persone fuori di testa. A volte sono bianche, a volte nere. Ma sono pazze allo stesso modo”. La lenta fluida narrazione di quell’intensa violenta settimana è in terza sull’investigatore e sulla giornalista, due diversi approcci emotivi che si alternano, incrociano, sovrappongono, apprezzano (senza amore) in una terra di acque piangenti, intrisa di sangue che sporca le mani a tutti (da cui i titoli, originale e italiano). S’incontrano innumerevoli rimarchevoli personaggi. Birre e vino (da Stellenbosch) non mancano mai. Mozart, Bach, Vivaldi per Beeslar, il cantante pop Bok van Blerk per i boeri che celebrano l’indipendenza.



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