The Terror

Ottobre 1847: la “HMS Erebus” e la “HMS Terror”, due delle navi più moderne della Marina britannica, sono imprigionate da oltre un anno in un immenso pack di ghiaccio vicino alla Terra del Re Guglielmo, a nord del Canada. La spedizione più ambiziosa mai tentata alla ricerca del mitico Passaggio a nord-ovest rischia di risolversi in un atroce fallimento a causa dell’ottusità del suo comandante, sir John Franklin, che sul finire dell’estate del 1847 – incoraggiato dalle acque relativamente libere trovate fino a quel momento ‒ non ha seguito i consigli di uno dei suoi vice, il capitano Francis Crozier, e degli ice master Reid e Blankey e ha insistito nel navigare dritto per dritto incurante della brutta stagione incombente invece di cercare riparo in qualche baia o cercare un passaggio più a sud. A onor del vero la spedizione sulla carta è attrezzata per resistere tre anni senza viveri e rifornimenti, ma la fornitura di cibo in scatola è in realtà di pessima qualità, in parte già avariata e contaminata dal botulino, in parte confezionata con saldature di piombo che lentamente stanno avvelenando l’equipaggio. Le condizioni climatiche sono estreme, con punte di 70 gradi sotto zero e tempeste di fulmini devastanti, ma la minaccia più letale è quella rappresentata da una misteriosa creatura, forse un orso bianco ma grande come un carro armato e apparentemente invulnerabile, che uno dopo l’altro decima i marinai che osano avventurarsi sui ghiacci nei dintorni delle navi imprigionate. Solo una misteriosa ragazza eschimese con la lingua mozzata ribattezzata Lady Silence sembra essere immune agli attacchi della creatura, mentre non altrettanto può dirsi dei cuori di alcuni membri dell’equipaggio di fronte alle grazie esibite con innocenza dalla giovane. Il terrore e lo scorbuto impazzano e il ghiaccio non accenna a sciogliersi, e quando anche il comandante Franklin viene massacrato dal mostro senza nome, Crozier e i superstiti decidono di abbandonare la “Erebus” e la “Terror” e di tentare di raggiungere il Canada a piedi, inseguiti dalla sanguinaria creatura e alla mercé degli elementi scatenati, falcidiati dalle malattie, con un ammutinamento sempre dietro l’angolo e speranze di sopravvivere ridotte al lumicino...

Hic sunt... terrores? Il fato dell’ultima spedizione di sir John Franklin rimane uno dei grandi misteri della storia delle esplorazioni artiche. Ciò che si sa con certezza è che nel maggio 1845 la “Erebus” e la “Terror” sono salpate con 129 uomini a bordo tra ufficiali ed equipaggio, e che nessuno ha più saputo nulla di loro. Le spedizioni di soccorso organizzate grazie alle pressioni (e/o ai fondi) della moglie di Franklin tra il 1847 e il 1859 non hanno dato alcun frutto, a parte alcune vaghe testimonianze degli Inuit su un gruppo di kabloona (uomini pallidi) morti di inedia raccolte nel 1853. Il 31 marzo 1854 i membri della spedizione vengono dichiarati ufficialmente “morti in azione”. Il dibattito sulla causa del disastro va avanti incessantemente da 160 anni: le analisi condotte sui pochi resti umani rinvenuti nel 1981 dall’antropologo Owen Beattie con il suo “1845–48 Franklin Expedition Forensic Anthropology Project” (FEFAP) hanno fatto supporre un’epidemia di polmonite o forse TBC, scorbuto e avvelenamento da piombo (forse causato dalle tubature dell’acqua potabile utilizzate sulle navi, più che dallo scatolame) come fattori concomitanti. Sicuramente hanno pesato in modo drammatico sul fallimento il fatto che la spedizione fosse stata pensata come navale e quindi fosse stata trascurata colpevolmente l’attrezzatura da terra, e lo spocchioso rifiuto ad adottare le strategie di sopravvivenza degli Inuit a quei climi. Una serie di incisioni forse provocate da lame affilate notate sulle ossa rinvenute sull’Isola di Re Guglielmo ha fatto avanzare l’ipotesi che gli ultimi membri della spedizione a morire abbiano praticato il cannibalismo sui resti dei loro compagni (o sui loro compagni tout court), ma c’è chi ritiene questo impossibile e avanza teorie su attacchi da parte di tribù eschimesi o ammutinamenti sanguinosi. Dan Simmons parte da qui per raccontare la sua personale versione dei fatti, e per farlo utilizza una forma narrativa tutto sommato ben più realistica del reportage: la favola. Una nave imprigionata dai ghiacci è una potente metafora, e ancor più lo è un mostro ignoto che più che una bestia assassina sembra (è?) uno spirito naturale che punisce la nostra hybris, una incarnazione dei mali della civiltà occidentale e del suo inconscio (come per la creatura invisibile de Il pianeta proibito di Fred McLeod Wilcox). Chi è il terrore di chi insomma? In questo magnifico, emozionante, monumentale romanzo di 800 pagine, una vera pietra miliare della letteratura avventurosa e fantastica, non mancano altri riferimenti letterari e cinematografici: per capirci, è una sorta diPatrick O’Brian, Edgar Allan Poe, John W. Campbell Jr. e John Carpenter fanno un picnic al Polo nord sullo sfondo di un dipinto di J.M.W. Turner” (non a caso il romanzo è dedicato a dodici membri del cast e della crew del film di Christian Nyby/Howard Hawks del 1951La cosa da un altro mondo), e del resto la lotta senza quartiere tra l’equipaggio delle due navi e il mostro – con tutta la simbologia annessa di cui sopra ‒ deve molto al Moby Dick di Herman Melville. Nel marzo 2018 è stata realizzata una miniserie televisiva in dieci episodi ispirata al romanzo prodotta, tra gli altri, da Ridley Scott e dalla sua Scottfree per AMC.



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