Textile

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Irad, Dael, Lirit e Mandy Gruber sono i componenti di un’agiata famiglia israeliana che vive a Tel Aviv, nel quartiere di Tel Baruch nord. Irad, il padre, è un famoso ed eccentrico scienziato a cui il Ministero della Difesa ha commissionato la realizzazione di un’uniforme dal tessuto indistruttibile, uno strumento di difesa “da eventuali attentati terroristici”; Dael, il figlio, è un giovane cecchino dell’esercito, dedito alla lettura e all’uso di cocaina; Lirit, la figlia, è una ventiduenne ribelle che ancora non sa cosa fare della propria vita e che vive con il fidanzato ecologista in una fattoria, tra gli animali e le ristrettezze; Amanda detta Mandy, la madre, è la proprietaria di una fabbrica che produce pigiami, una donna che soffre per le stranezze del marito e per la lontananza dei suoi figli, e che cerca di supplire a queste mancanze sottoponendosi a continui interventi di chirurgia estetica. Le loro vite procedono senza particolari scossoni fino a quando Mandy, sottopostasi all’ennesimo intervento, muore. Irad, Dael e Lirit vivranno il lutto ciascuno a proprio modo, ma tutti e tre saranno chiamati a fare delle scelte…
Stato e famiglia: due protagonisti che procedono in tandem nel tessere i fili che si intrecciano nel Textile (tessuto) di Orly Castel-Bloom. Osserviamoli da vicino. Lo Stato è quello d’Israele, Paese di origine della Castel-Bloom e già teatro delle vicende che la Nostra ha narrato in Dolly City e in Parti umane. Qui, in Textile, l’Israele mostrato è quello del periodo immediatamente successivo agli attacchi terroristici dell’undici settembre 2001, quello che studia tecniche di difesa, che continua a confrontarsi con le guerre e che ha paura. Ma è anche e soprattutto l’Israele dei quartieri alti, quello dei nababbi, quello del lusso e dell’agiatezza, quello in cui la distinzione tra il ricco e il povero è netta. E poi c’è la famiglia. È quella dei Gruber: spudoratamente facoltosi, ma mestamente insoddisfatti e irrimediabilmente infelici. Sono in quattro, uno più debole e sofferente dell’altro: Irad, geniale, ma schiavo di una profonda instabilità umorale; Dael, abilissimo nel colpire i bersagli, ma altrettanto avvezzo a schivare i sentimenti; Lirit, abituata sin da piccola ad avere tutto, ma ineducata alla capacità di apprezzarlo; e infine Mandy, bella e convinta del contrario, un’imprenditrice di ferro e una donna fragile-fragile. È una famiglia che fa acqua da tutte le parti, una specie di colabrodo sentimentale che anche se tenta in tutti i modi di trattenere al suo interno l’amore, la solidarietà, la comprensione e la fiducia – sentimenti indispensabili per la sua esistenza - non riesce ad impedire che essi colino via lasciandosi alle spalle un misero esempio di non famiglia, un nucleo malato che è disunito tanto nella fortuna quanto nella sventura. A Orly Castel-Bloom va dunque un sentito e vigoroso plauso per avere pennellato, con zelo e intensità, la lucentezza materiale che può abitare in uno Stato anche quando esso soffre, e soprattutto per aver forgiato l’antitesi perfetta della famiglia del “Mulino Bianco”.

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