Thoreau e il trascendentalismo americano

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Il filosofo trascendentalista Henry David Thoreau (1817-1862) è oggi un’icona della disobbedienza civile e dell’ecologismo, ma questo doppio ruolo, per quanto significativo, non rende giustizia a una personalità ben più vasta. Va premesso che il suo Walden (1854), resoconto di due anni trascorsi in autonomia e solitudine in mezzo alla natura, fu una delle quattro opere che sancirono l’avvento del cosiddetto Rinascimento Americano, quel momento storico in cui, anche grazie agli scritti di Emerson, nell’arco di pochi anni la cultura del nuovo continente si emancipò dalle convenzioni letterarie europee; per capirci, le altre tre furono Foglie d’erba (1855) di Whitman, La lettera scarlatta (1850) di Hawthorne e Moby Dick (1851) di Melville, non a caso dedicato “al genio di Hawthorne”; queste opere sono le basi della cultura e della letteratura americane. Ma se anche volessimo tralasciare l’importanza storica di Thoreau, ci troveremmo comunque davanti uno scrittore sorprendente, impossibile da catalogare e di un’attualità inscalfibile (legata anche alla sua ammirazione per la saggezza millenaria). Affascinato dal concetto di genio universale, e in particolare da Goethe, Thoreau fu tante cose (poeta, classicista, conferenziere, naturalista e attivista), e non smise mai di far compenetrare i suoi interessi, motivo per cui i suoi scritti offrono sempre diversi piani di lettura. Thoreau fu il cantore della natura, l’unico luogo in cui l’uomo poteva ritrovare se stesso ed elevarsi moralmente, ma in senso più ampio perseguì l’intento di risvegliare le masse affinché non si lasciassero mai più soggiogare da nessun governo. La sua fu una vita solitaria, priva di amore sentimentale (tutto riservato alla sua unica sposa, la natura) e in questa solitudine Thoreau riuscì a mantenere sempre viva una sola amicizia, quella con i suoi diari, dai quali trasse parte delle sue opere più note. Ma diversamente da ciò che immagina chi ne conosce soltanto il mito, Thoreau non fu un vero e proprio eremita (visse nei boschi soltanto due anni), e cercò sempre la socialità e il riconoscimento (per quanto sostenesse di non esserne interessato), anche se ebbe problemi con la prima e non conobbe mai il secondo. Soltanto dopo la morte la sua opera andò incontro alla giusta notorietà, prima grazie all’impegno del biografo Salt, poi sdoganata dall’apprezzamento di Tolstoj e Proust, e infine consacrata dall’adozione (parziale) da parte di Gandhi e poi di Martin Luther King, fino a diventare una costante nella cultura pop attraverso le frequenti citazioni cinematografiche (L’attimo fuggente e Into the Wild) e di altro tipo. Questo processo ha fatto sì che, nel corso dei decenni, il pensiero di Thoreau sia stato circoscritto a due o tre dei suoi punti cardine, a scapito di un universo ancora tutto da scoprire…

Thoreau e il trascendentalismo americano è un testo breve quanto fondamentale per approcciare Thoreau in un modo neutrale e davvero coinvolgente. Il primo motivo è che si tratta di uno scritto pubblicato nel 1920, prima che l’apprezzamento di Gandhi, e in seguito quello di Martin Luther King, trasformassero Thoreau in un’icona dei movimenti non violenti per i diritti civili: Thoreau e il trascendentalismo americano fu pubblicato contemporaneamente alla prima edizione italiana di Walden, curata e tradotta dallo stesso Guido Ferrando, per cui si tratta della testimonianza della prima ricezione ufficiale di Thoreau nel nostro Paese. Il secondo motivo è che Ferrando fu un intellettuale sopraffino (filosofo, teosofo e anglista, nonché antifascista), e la sua qualità riverbera ancora oggi nella freschezza e nell’intelligenza della sua prosa, non meno attuale di buona parte del pensiero di Thoreau. Ferrando dà l’impressione di aver conosciuto di persona Thoreau, Emerson e diversi altri, ne parla con rispetto e umanità, senza risparmiare i necessari appunti, i ridimensionamenti; la sua capacità di presentare e spiegare Thoreau si appoggia su una contestualizzazione storica ampia, che parte dai Padri Pellegrini, e fornisce dettagli e sfumature che soltanto un profondo conoscitore può maneggiare con tanta confidenza. Il risultato è che Thoreau e il trascendentalismo americano si legge come un racconto, e riesce a rendere pienamente godibili anche gli aneddoti più noti, affiancandoli a un alto numero di intuizioni, chicche e approfondimenti del tutto originali. In tal senso il volume è consigliato sia a chi non ha mai letto Walden sia a chi è convinto di aver compreso fino in fondo quell’inesauribile moltitudine che Thoreau è stato e sarà per sempre. Non in ultimo, è l’occasione per riscoprire Guido Ferrando, un intellettuale preparato, appassionato e dalla voce accogliente, un nuovo amico al quale chiedere consiglio in tempi di oscure credenze.

 


 

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