Tiro al piccione

Tiro al piccione
Nell’Italia scaraventata nel caos degli ultimi anni della Seconda guerra mondiale, il giovane Marco Laudato fugge dal Molise abbandonando così la famiglia che l’opprime e il sesso facile, anch’esso in qualche modo opprimente. Nel tentativo di non lasciarci la pelle, un po’ per sua scelta un po’ costretto dagli eventi, decide di arruolarsi tra i regolari della Repubblica Sociale, proprio nelle file della Decima Mas, un branco in divisa che ha commesso tra i delitti più beceri della storia italiana. Seguendo passo dopo passo il crollo dell’autorità e della legalità nel nord del penisola - ora in cerca del nemico partigiano, ora in fuga dallo stesso - lui e i suoi compagni d’armi invasati dalla sete della violenza cadono uno ad uno, fintanto che di quello sparuto manipolo rimarrà in vita soltanto Marco. Rincasato, ritroverà un mondo uguale ma diverso, senza più i carri armati per le strade, nel quale l’amore e la tenacia della madre sembrano sorvolare ogni difficoltà, tranne il terrore più grande: se stesso...
Gioiello nascosto e gelosamente custodito nei meandri polverosi dell’editoria, questo esordio in prosa è uno scioccante documento messo all’indice dalla promozione storica della nostra memoria. Scritto quando l’autore era ancora un professionista in fasce, Tiro al piccione è il resoconto in presa diretta di una storia semplice, realistica sebbene ancora incastrata nelle fantasie di un Rimanelli ventenne appena uscito dall’esperienza castrante della guerra. La patina d'eroismo che vi aleggia (negativa, ma sempre viva e vegeta, una macchia indelebile) e l'attenzione morbosa verso la violenza (crudissima, i cadaveri sono ovunque) sono caratteristiche da mettere in parallelo con i contenuti degli altri e più noti romanzi che narrano l’esperienza della guerra: il ’47 non è solo l’anno di Tiro al piccione, ma anche quello in cui un Flaiano trentasettenne termina Tempo di uccidere, affresco grottesco e labirintico del crollo mentale di un soldato qualunque. Il milite di Rimanelli invece s’aggrappa allo sfogo autobiografico di un giovane che riversa in queste pagine la sua prima e unica stagione di guerra, sfruttando i suoi ricordi per asservirli all’immaginazione. Ci accorgiamo presto però di come la penna sia un contenitore troppo fragile perché possa contenere tanta memoria: sfuggitagli di mano, ci proietta in un gorgo che è un crescendo inesauribile di dolore, d’un sangue che sgorga a fiotti e non conosce soste. Di ragazzi come Giose, l’Italia dell’epoca ne era piena; buona parte di essi morirono su di un fronte che ancora prima di iniziare a combattere sapeva che sarebbe stato destinato alla sconfitta. Credo sia per questo motivo che nell’esperienza del protagonista, un sopravvissuto (cederà il passo soltanto a se stesso) si possa leggere la sfortuna di questo romanzo mirabile andato disperso: troppo odio, troppo lontano dal gusto degli anni ’50, dall’avanguardia che si stava diffondendo, troppo distante dal desiderio di ricostruzione. È un libro costruito su cumuli di macerie del tutto uguali a quelli che non riusciamo ancora a sgomberare dalle strade delle nostre città. È un libro bellissimo.

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