Titivillus ‒ Il demone dei refusi

Titivillus ‒ Il demone dei refusi

Un monaco, avendo visto un demonio intento alla scrittura, gli chiese innocentemente che cosa stesse scrivendo. Il diavolo prontamente gli rispose: “Peccata tua”. È in questo modo che, sul finire del XII secolo, nella letteratura europea fa la sua comparsa un demone la cui funzione è quella di annotare su una pergamena le sillabe omesse dai chierici durante la messa o il canto liturgico e le parole vane pronunciate dalle suore pettegole nel corso della funzione, per poi presentarle a Dio nel giorno del Giudizio come prova dei loro peccati. Da principio senza nome, sarà poi Guglielmo d’Alvernia ad attribuirglielo: Titivillus, parola che già compare in un passo di Casina del drammaturgo romano Plauto con il significato di dettaglio o cosa di poca importanza (Non ergo istuc verbum emissim titivillitio). Ma nel corso del tempo il suo nome acquista molte varianti, così come la sua funzione. Nell’iconografia lo si scorge, a volte in compagnia del compagno Rofyn, alle spalle dei fedeli o dei chierici, con un sacco pieno di libri che contengono tutte le sillabe omesse o le parole inutili raccolte quel giorno. Titivillus sobilla, Rofyn annota. Con il passare degli anni il demonietto diventa anche la causa dei refusi degli amanuensi, per poi evolversi e diventare il demone degli stampatori. Ma Titivillus non si ferma alla scrittura e non disdegna le altre arti. Lo ritroviamo menzionato nei testi teatrali o scolpito mentre con i denti tenta di allungare la pergamena, poiché le parole vane pronunciate sono troppe. Attraversa gli stili senza pregiudizi, dal Romanico al Gotico, dal Rinascimento al Barocco e tracce del suo passaggio si ritrovano anche nell’arte bizantina che probabilmente influenzarono l’iconografia italiana…

Dunque, cari scrittori moderni, ora sapete a chi dare la colpa dei vostri refusi quando qualche editor vi chiederà di renderne conto. Questo demone pare proprio non risparmiarne uno, inflessibile e soprattutto estremamente competente. E forse non è un caso che di uno scrittore si dica che è posseduto dal demone della scrittura, poiché questa è la principale caratteristica del demonio apparso sin dai primi tempi del cristianesimo. Conoscitori di tutte le lingue, questi colti demoni se le sono dovute imparare un po’ alla volta, svantaggiati rispetto agli Apostoli che le ricevettero in un sol colpo grazie al dono dello Spirito Santo. Secondo san Pier Damiani, Satana è il primo grammatico, colui il quale insegnò ad Adamo ed Eva a declinare il plurale della parola Deus (Eritis sicut dii...), provocando così il primo sgambetto al monoteismo. Barnaba di Montalvo, nel 1602 descrive poi le condizioni di una donna posseduta dal demonio. “Questa misera donna era sotto il potere di un demone esperto linguista e molto versato nel parlare tutte le lingue del mondo, visto che conosceva a menadito spagnolo, francese, latino e arabo, lingue che parlava con proprietà e chiarezza.” Ora, ammetto che non mi dispiacerebbe affatto che un demonio del genere decidesse di abitarmi ma, a parte questo, il piccolo libro di Julio Ignacio González Montañés, laureato in Geografia e Storia presso l’università di Santiago di Compostela, si rivela estremamente interessante per comprendere come questa figura, scaturita dall’immaginario, abbia attraversato le epoche con ruoli e nomi differenti, mantenendo però intatta la sua aurea malefica e persino buffa di satanasso spione pronto a smascherare i distratti e i superficiali.



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