Tomasi di Lampedusa e i luoghi del Gattopardo

Tomasi di Lampedusa e i luoghi del Gattopardo

In Sicilia, nel 1954, uno scrittore di nobili origini decide di mettere mano ad un’opera destinata all’eternità. Sebbene non abbia ancora chiara in mente la struttura generale della composizione, gli frulla in testa l’idea di sviluppare il ricordo delle ultime 24 ore di vita del suo bisnonno il giorno dello sbarco in Sicilia di Garibaldi. Quell’aristocratico eruditissimo, schivo fino a lambire la ritrosia cronica, che in età ormai matura decide di affacciarsi sulla scena della letteratura italiana è Giuseppe Tomasi di Lampedusa, cultore finissimo dei capolavori della cultura mitteleuropea. Lucio Piccolo, cugino poeta dello scrittore, chiarisce finalmente che quell’opera straordinaria non è il frutto di un colpo di fortuna, bensì, al contrario, di una lunga gestazione interiore di almeno vent’anni. Sino a che è in vita, Tomasi di Lampedusa non decide di dare nulla alle stampe, se non tre brevi saggi giovanili pubblicati sul finire degli anni Venti sulla rivista genovese “ Le opere e i giorni”. Il suo approdo ufficiale alla scrittura avviene a ridosso dei sessant’anni, poco prima della morte, al Gattopardo infatti tocca in sorte di essere pubblicato postumo nel 1958, incontrando immediatamente il favore del pubblico e la stroncatura degli accademici militanti…

Ragione e sentimento sono i due angeli custodi che guidano l’ingegno della professoressa Maria Antonietta Ferrarolo nella stesura di un saggio di critica letteraria dedicato a Tomasi di Lampedusa e ai luoghi protagonisti del suo capolavoro Il gattopardo. Siamo di fronte ad un’opera scritta contemporaneamente con il bisturi analitico dell’ermeneuta navigato, aduso alle onerose strumentazioni che richiamano al prospettiva di Bachtin e a quelle del cronotopo, e con la soavità della piuma d’oca intinta nel calamaio nel tracciare con sottaciuta commozione vicende e vissuti di un autore che fece del silenzio e dell’antidivismo un abito quotidiano. Con il trasporto tipico dell’appassionata inguaribile, la Ferrarolo riesce anche a scongelare i canoni della scrittura saggistica dedicata alla critica letteraria, grazie anche ad un editing ponderato anche nelle scelta semiotica delle fotografie presenti nel volume, con la costante e discreta presenza dell’impronta sciasciana che innervano queste pagine. Il ricordo va, nostalgico, al Principe di Salina, ma anche a quella Teoria della Sicilia di Sgalambro che forse ha un debito con il celebre discorso presente ne Il gattopardo dedicato alla natura dei siciliani che si credono non uomini, ma dei.



 

 

 

 
 
 
 

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