Tormentoni!

Tormentoni!
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Sono da sempre definiti tormentoni, in inglese earworms (letteralmente tarli che si insinuano nelle orecchie e nella testa), e hanno coinvolto ognuno di noi almeno una volta nella vita con il risultato che spesso, senza volerlo, ci siamo ritrovati a canticchiare un motivetto pur non conoscendone autore e provenienza, quasi fosse un contagio a livello sub-cosciente. Sono innumerevoli i brani – banali, ripetitivi e autoreferenziali per definizione e necessità – che costellano la storia della musica e che l’hanno segnata indelebilmente, non per la qualità intrinseca o per il geniale accostamento di note e parole, ma per la loro naturale capacità nel farsi immortali, feticci di cui non ci si può liberare. La musica può infatti essere paragonata all’oggetto-merce di cui parla Marx ne Il capitale, dotata di una psiche, custode dell’arcano, del carattere mistico che la merce racchiude in sé riconoscendosi da sé e raccontando solo di sé. Detta così potrebbe sembrare più difficile di quanto sia in realtà, ma se pensiamo al re dei tormentoni – Un Air Comme ça (Dou Dada Dou Da) cantata da Henri Salvador – capiremo facilmente che si tratta di una figura indipendente – perché “il motivetto ha già a che fare con se stesso, si è già compreso e riconosciuto da sé”  – capace di connettere e contagiare migliaia di persone. È un fenomeno che assume i connotati, sorprendenti, di un’epidemia, di un dilagare incontrollato e planetario di un refrain o di un accordo esageratamente orecchiabile che unisce e aggrega apparentemente e che, sottilmente, aliena, uccidendo la diversificazione e la ricerca della qualità, qualora la merce di scambio tout court possa veicolarne una...
Peter Szendy – quarantaduenne filosofo franco ungherese che per ISBN ha già scritto Intercettare - Estetica dello spionaggio, un saggio filosofico su una delle fobie più diffuse dell’uomo moderno ovvero quella di essere spiato a sua insaputa – si pone di fronte al fenomeno del tormentone (e si badi bene non della hit inglese, ma di quello che diviene un vero e proprio tormento, un’ossessione paranoica capace di annullare la criticità e di massificare) con lo stesso spirito acuto con cui ha affrontato il tema dell’avvento di Internet, della comunicazione digitale e via cellulare. Disegna infatti una mappa, a tratti inquietante, del consumo musicale odierno, schiavo di un martellamento psicologico che radio, tv e media in generale esercitano sui fruitori, lastre immacolate su cui imprimere immagini e modelli. E allora ecco che La Macarena, Satisfaction dei Rolling Stone, Parole, parole, parole cantata da Mina e Alberto Lupo e Can’t get you out of my head di Kylie Minogue, per citare alcuni titoli, incarnano palesemente la filosofia del tarlo che si insinua, diventando allegoria di se stesso. Scomodando Kierkegaard, Kant, Freud e Benjamin, Szendy arriva persino ad analizzare la cinematografia del tormentone citando il celebre "M - Il mostro di Düsseldorf" in cui Fritz Lang sperimentava le possibilità artistiche del cinema sonoro già settant’anni fa. Come dimenticare il macabro motivetto (Peer Gynt di Edvard Grieg) che il serial killer della città tedesca intonava prima di compiere un efferato delitto? E sarà proprio il tormentone a incastrarlo e a tradirlo… Tormentoni che, proprio per la loro capacità di condizionamento e per la loro trasformazione in inni, sono stati spesso censurati – quasi se ne volesse rimuovere l’esistenza – e proibiti, come accadde in seguito al disastro delle Torri Gemelle a 150 brani di culto tra cui Highway to Hell degli AC/DC, Imagine di John Lennon o Sunday Bloody Sunday degli U2. La ragione per cui l’earworm riappare quando meno ce lo aspettiamo dipende proprio dal nostro atteggiamento incosciente di fronte al messaggio che i brani veicolano, anche se il più di volte si tratta di meleossessioni scialbe e di poco spessore. Detto questo sarebbe forse indicato aprire orecchie e cervello e metabolizzare suoni, parole e melodie che – in altro modo – rischiano di farci prigionieri incoscienti di quella che siamo soliti definire musica. Brevissimo e acuto saggio, denso e filosofeggiante al punto giusto, consigliato a chi ha già amato e ben metabolizzato Musicofilia di Oliver Sacks.

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