Torto marcio

Torto marcio

Un morto a Milano non è una cosa eccezionale. Certo però che la zona non è di quelle in cui ti aspetteresti di trovare un uomo con un proiettile in testa e ancor meno che sopra il cadavere ci sia un sasso. Insomma sembra un messaggio di stampo mafioso o comunque un segnale preciso, fra l’altro il morto risulta essere uno stimato professionista, proprietario di una catena di macellerie – oddio visti i prezzi gioiellerie verrebbe da dire – ma pulito. Nessuno scandalo, nessuna traccia di evasione fiscale, nessun nemico noto. Partono le indagini, ma il nome è grosso è chiaramente bisogna fare in fretta. Sennonché mentre la polizia si interroga soprattutto sul significato del sasso, in un’altra zona “bene” della città ecco un altro morto: stesse modalità, ancora un sasso. I giornali rumoreggiano, la faccenda diventa pesante, anche perché stavolta si tratta di un imprenditore del mattone, uno che aveva i suoi bei contatti con la politica e con la finanza. A questo punto interviene Roma, viene mandata una task force a difendere i bravi e onesti cittadini da quello che si ipotizza essere un attacco terroristico, c’è perfino un profiler. C’è però anche un “ma”: le armi usate, i tempi, le modalità… ai sovrintendenti Carella e Ghezzi qualcosa non torna. Monterossi ‒ che stavolta non ha nulla a che vedere coi morti ‒ nel frattempo è alle prese con le ultime agognate (in quanto ultime) puntate del suo programma televisivo e una truffa ai danni della madre di Katia Sironi, la sua potentissima agente, a cui è stato sottratto un gioiello di quelli che stanno nei cataloghi delle opere d’arte…

Ancora una città divisa in due: quella ricca e quella povera, ancora ma in modo diverso perché le due realtà si incrociano autonomamente per così dire, senza intermediazioni se non quelle della realtà. Monterossi, personaggio cardine dei primi tre romanzi di Alessandro Robecchi, si trova coinvolto non più suo malgrado, Ghezzi lavora sotto copertura ma sul caso, o forse sarebbe meglio dire sui casi, c’è un coinvolgimento che esula dallo standard e forse uno sguardo più ampio su una Milano che potrebbe essere qualsiasi altra città. Lo aveva detto Robecchi che sarebbe stata un’altra storia, e in effetti il sapore è diverso, c’è una connotazione politica ‒ nel senso più ampio del termine ‒ che nei precedenti episodi mancava. Un po’ meno leggerezza, anche se non mancano le battute fulminanti, e più sarcasmo, una critica feroce ancorché sottotraccia alla politica che ormai da decenni non ne fa una giusta, che si appropria della cronaca per cavalcare la paura, indispensabile per tenere le masse sotto controllo. Si tocca il tema dell’abusivismo, casermoni popolari nei quali le contrattazioni si fanno con collettivi e con i boss che si dividono le piazze, vuoi di spaccio vuoi di microdelinquenza che paradossalmente fanno anche il lavoro della polizia mantenendo l’ordine costituito e facendo in modo che certi limiti non vengano superati. E si racconta anche di come in questi posti, questi alveari che sfioriamo passando, nascondano una rete sociale e solidale che le istituzioni non sono più in grado di garantire.



 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER