Traduzioni pericolose (Scritti 1941-1969)

Traduzioni pericolose (Scritti 1941-1969)
Traduzione di: 
Editore: 
Articolo di: 

L’Eugenio Onegin (1833) di Aleksandr Puškin è un romanzo in versi, per l’esattezza in tetrametri giambici dal modello rimico fisso e atipico. Per molto tempo, i suoi traduttori hanno optato per il passaggio in prosa o per reinvenzioni in rima che ambivano alla “scorrevolezza”. Finché, a metà degli anni Cinquanta, insoddisfatto, se non disgustato, dalle traduzioni esistenti (“francesi e inglesi, e alcune tedesche”), da lui considerate delle “parodie”, il grande romanziere trilingue Vladimir Nabokov decise di produrne una versione in inglese seguendo criteri di tutt’altro tipo. Nabokov aveva sempre avuto una visione peculiare, estrema e intransigente della traduzione, ma nel caso di un’opera così importante, ricca e per giunta in versi, decretò che era “matematicamente impossibile […] riprodurre le rime e tradurre l’intero poema alla lettera”, così come restituirne l’estetica, i cripto-riferimenti e le modulazioni di lingua e registro, ma anche lo sfondo culturale di una Russia nella quale le letture avvenivano in francese e le “traduzioni di traduzioni” alimentavano sostrati culturali ibridi. Convinto che una “traduzione letterale più impacciata [fosse] mille volte più utile della parafrasi più graziosa”, Nabokov sacrificò la leggibilità al rigore filologico, e diede vita a “un’opera monumentale, erudita, precisa – quattro volumi” (265 pagine di traduzione e 1200 pagine di commento), rivolta “a un lettore curioso e colto, che [aveva] qualche infarinatura di russo, ma non abbastanza da poter leggere l’originale”. Completata nel 1959, ma pubblicata cinque anni dopo (e poi, di nuovo, riveduta, nel 1975), questa versione non mancò di attirarsi polemiche da parte di critici e accademici, alle quali Nabokov rispose sempre con immutata convinzione. Riprendendo quell’esperienza, nel 1961 pubblicò un poema finzionale di 999 versi, Fuoco pallido, attribuito a tale John Shade e accompagnato da duecento pagine di commenti del critico immaginario Charles Kinbote. D’altronde, come rileva Montini, non si può escludere che Nabokov “mirasse a rovesciare un canone riconosciuto e oramai scontato, scatenando una rivoluzione copernicana del tradurre”, e in tal senso il suo esperimento non può essere giudicato in base ai parametri dell’editoria commerciale. Nabokov voleva che il suo Onegin fosse uno strumento “incolore e inodore” per la comprensione dell’opera originale, e a tal fine riteneva necessario sacrificarne la gradevolezza, a tal punto che nel 1966 avrebbe scritto: “Il mio EO non è ancora all’altezza del bigino ideale. Non è ancora né abbastanza simile a un manuale né abbastanza brutto. Nelle prossime edizioni prevedo di farne qualcosa di ancora meno standardizzato”. A prescindere dai risvolti pratici di questo tentativo encomiabile quanto maniacale, rimane indelebile l’invito a non lasciarsi imbrigliare dagli automatismi della cultura…

 

 

Traduzioni pericolose è un libro prezioso, denso e non sempre accessibile. Consta di otto saggi composti tra il 1941 e il 1969, ma (sorvolate le sporadiche e inevitabili ripetizioni) è leggibile come un’opera coesa e completa, un ipertesto sconfinato che richiede un minimo di conoscenza della letteratura e dell’arte della traduzione, e la buona volontà di interpretare un alto numero di riferimenti non sempre familiari: basta comunque uno sforzo di immaginazione per adattare a testi più noti le analisi di testi specifici, e spesso l’umorismo stizzito di Nabokov accorre ad alleggerire i momenti più accademici (“Di tutto questo non resta nulla nella versione inglese, puritana, briosa e concreta; si veda – e poi non si veda mai più – The mantle, tradotto da Claude Field. L’esempio che segue mi lascia con l’impressione di assistere a un assassinio e di non poter far nulla per impedirlo”). Sappia il lettore che sono presenti molte pagine comparative fitte di commenti, e che diversi passaggi possono risultare sovraccarichi di esempi peculiari. Al netto di ciò, i saggi L’arte della traduzione (1941-51) e Risposta ai miei critici (1966), da soli, valgono tutto il libro: nel primo, in particolare, Nabokov individua quelli che sarebbero, secondo lui, i tre problemi principali del passaggio da una lingua all’altra (ignoranza, omissione e adattamento) e le tre tipologie principali di traduttori: “lo studioso che desidera ardentemente che il mondo possa apprezzare quanto lui le opere di un ignoto genio; la scribacchina dalle buone intenzioni; e lo scrittore professionista che si rilassa in compagnia di un confratello straniero”. Ora, è difficile concordare con ogni argomentazione (critiche condivisibili come quella all’imperativo della “scorrevolezza” si alternano a posizioni avanguardistiche e difficilmente universalizzabili), ma sul piano concettuale la visione di Nabokov rimane tanto estrema quanto stimolante, e merita di essere scoperta e discussa da chiunque si interessi al tema, anche soltanto come spunto iconoclasta.

0

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER