Trattato del ribelle

Trattato del ribelle
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Cosa provoca l’illusione democratica se non una istituzionalizzazione della dittatura? Il meccanismo delle urne è fallace, controllato, repressivo e senza ombra di dubbio volto ad anestetizzare il no che si potrebbe levare da ogni parte. L’autoritarismo dal volto umano, che spiando sorride e chiudendo gli occhi mette a tacere non solo il dissenso, ma la possibilità stessa che il dissenso possa verificarsi perseguita e toglie il sonno a tutti coloro i quali riescono a vedere la realtà per ciò che davvero è: un’incredibile bugia collettiva. Si passa dal plebiscito alle libere elezioni ma la sostanza non cambia: chi riesce a ottenere la stragrande maggioranza del potere punterà sempre ad azzerare qualsiasi opposizione eppure qualcuno che dirà no ci sarà sempre e immaginiamo che ci sia una sola persona che abbia avuto il coraggio di porre il suo veto all’imbarbarimento nichilistico della sua società. Quest’unico oppositore, questa voce ferma al di fuori del coro degli intimiditi e degli ossequianti, dovrà intraprendere una strada perigliosa e difficile, passando al bosco e dandosi alla macchia. Nell’età del Lavoratore e del Milite Ignoto, figure chiave del nostro tempo, la via del bosco non è un gesto di liberalità né, tantomeno, una velleità romantica, bensì uno spazio d’azione per piccole èlite consapevoli delle necessità dell’epoca. A queste due figure, pertanto, se ne affianca una terza, il Ribelle, ovvero colui che isolato e senza patria possiede un nativo rapporto con la libertà ed è destinato a opporre resistenza e a dare battaglia, anche se disperata…

Per analizzare quest’opera è innanzitutto opportuno partire dal titolo che, come spesso capita per i libri in lingua tedesca, risulta di difficile traduzione e resa in italiano. Ciò che infatti è stato tradotto come Trattato del ribelle si intitola in realtà Der Waldgang, letteralmente “colui che si dà alla macchia”, la figura destinata a passare al bosco all’insegna di un rifiuto alto e consapevole verso il nichilismo imperante della società costituita. Lo scrittore tedesco pubblica questo saggio incendiario nel 1951, ancora scottato dalle brutalità della Seconda Guerra Mondiale, dalla gestione post-conflitto che ha attirato su di lui accuse di connivenza col Nazismo nonché il divieto di pubblicare fino al 1950 e dall’espansione dei totalitarismi comunisti in Est Europa; pertanto non si possono non leggere tra le righe vibranti invettive contro le cosiddette finzioni democratiche, che non fanno altro che legittimare la tirannia in ogni sua forma. Jünger partorisce allora una nuova figura, la terza grande figura della sua produzione dopo il Milite Ignoto (ampiamente trattato e ammantato di eroici attributi nelle sue prime opere) e il Lavoratore (elemento chiave del secolo delle macchine presentata ne L’operaio): il Ribelle. Egli rappresenta il trait d’union fra la cecità dell’individualismo e l’oppressione livellatrice del collettivismo, collocandosi perfettamente tra i due estremi e fornendo una chiave interessante di ribellione e opposizione. Il Ribelle, costretto a passare al bosco per sfuggire ai controlli spionistici dell’ordine costituito, si fa portatore di azioni forti e clandestine, seguendo solamente “le fonti della moralità non ancora disperse nei canali delle istituzioni” ma non dimenticando mai di riconoscersi nell’altro da sé, sia essa la persona amata, un fratello o chiunque sia bisognoso d’aiuto.



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