Tre giorni a Parigi

Tre giorni a Parigi

È un inverno particolarmente buio, a Milano. Il cielo appare grigio e scuro come l’asfalto delle strade, e sembra che tra il sopra e il sotto non ci sia differenza alcuna. Abita in via Buonarroti, in una palazzina inizio Novecento che conserva il decoro di altri tempi. Le scale ampie, squadrate: raramente si incontra qualcuno. L’unica presenza è quella del portiere, un uomo anziano, piccolo di statura e dall’umore indecifrabile. Proprio davanti a quella palazzina, un pomeriggio di novembre, ha conosciuto Davide. Di quel giorno, rimane la luce offuscata dallo smog, in lontananza, e l’espressione neutra di lui – neutra come tutto ciò che vuole essere sfuggente. Nessuna foto. Lara ha finito l’università, tuttavia vive ancora come una studentessa. L’appartamento di tre stanze e servizi, più il lungo, freddo corridoio che ne è la spina dorsale lo divide con altre due ragazze più o meno coetanee: anch’esse laureate e meridionali, in attesa di un primo impiego duraturo, ma intanto occupate nei mille lavori insicuri e vaghi di quegli anni difficili. Delle tre, Lara è la più fortunata, e non solo perché ha alle spalle una famiglia solida dal punto di vista economico, ma perché già in novembre ha ottenuto una supplenza di quattro mesi, appena fuori città. Insegna Scienze integrate in un istituto tecnico. La sua laurea, conseguita non esattamente con il massimo dei voti, è in Scienze biologiche, ma la sua passione è un’altra, la letteratura. Una passione scoperta tardi, dopo il primo anno a Milano, quando ha già dato tre esami del suo corso. A quel punto, non se la sente di cambiare facoltà. Decide che leggere diventerà il suo passatempo. Una delle coinquiline di Lara è amica di Emma, la sorella maggiore di Davide. Un pomeriggio Lara è uscita per la spesa al mercato di piazza Wagner. Ne ha approfittato per fare un salto nella libreria di piazza Piemonte. Tornando a casa, proprio di fronte all’ingresso di via Buonarroti, ha incontrato la coinquilina con Emma e Davide, un ragazzo dall’aria scontrosa, che dimostra qualche anno in più di quelli che ha. Lara crede da principio che lui sia il fidanzato di Emma. Poi non solo scopre che Davide è il fratello più giovane, ma capisce pure che Emma se lo è portato appresso per presentarlo all’amica. Spera che fra i due nasca qualcosa. Ma non nasce proprio niente, e tutti e tre hanno l’aria indecisa e un po’ livida di quando le cose vanno storte. È allora che Lara ha fissato un punto lontano in fondo alla strada, per sfuggire allo sguardo neutro di lui. Senza dubbio, i suoi occhi la attraggono, però vi sente qualcosa di incompiuto e inaccessibile: sono seducenti proprio per questo...

Non è affatto il classico colpo di fulmine quello fra Davide e Lara. Anzi, tutt’altro. Ma d’altro canto Flaiano diceva che tutti i grandi amori iniziano chiedendosi chi sia quell’antipatica (lui era più esplicito…) all’altro angolo della stanza in cui si è appena entrati… E difatti dopo un po’, pian piano, le cose cambiano: Davide è bellissimo, d’altronde. Corpo tonico, venticinque anni, segno zodiacale Gemelli, sta per laurearsi in Informatica ma prima era iscritto a Medicina. Però non ride mai. O quasi. E sembra sempre nascondere qualcosa. In certe situazioni, in alcune strade della città, in taluni momenti gli compare un’ombra nera sul volto. È nervoso, irruento (anche nel sesso), strano. Ma le piace. E un giorno decidono di partire per alcuni giorni. E Lara non sente ragioni: vuole andare a Parigi. Lui cerca in tutti i modi di cambiare meta, ma niente. E allora non gli resta che continuare con quello che fa da anni: vivere a compartimenti stagni. Perché lui a Parigi c’è già stato. Per tre giorni. Molto importanti. E con un uomo, Mario. Mario Fortunato scrive un romanzo breve, semplice, ben strutturato, contemporaneo, molto cinematografico, che procede per immagini, chiaro, fulminante, che si legge in un battito di ciglia, intrecciato con abilità, pieno di riferimenti colti e simbolici (in primis Gauguin) di rimandi interni ed esterni, focalizzato su una sorta di continua sticomitia tra i personaggi, che sono canonici ma comunque originali, classici e riconoscibili, come gli ambienti, ma al tempo stesso nuovi, raccontati senza enfasi. Un romanzo polifonico, che ha tanti livelli di lettura e di interpretazione e affronta numerosi temi ‒ prostituzione compresa ‒ che in realtà possono però anche essere tutti ricondotti, approfondendo l’analisi, a un elemento centrale: la scelta, per quieto vivere, per amore dell’immagine della nostra vita che ci siamo creati, di non vedere la realtà, anche quando ci viene sbattuta in faccia, non esplicitamente, ma attraverso segnali comunque inequivocabili. E al tempo stesso la decisione di stabilire quali siano le reali priorità, cosa importi davvero. Il ritmo è avvolgente e avvincente, la prosa elegante, il finale riuscito.



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