Tre ragazzi immaginari

Tre ragazzi immaginari
Nella Bologna dei primi anni Novanta, immersa in una notte dai toni decameroniani il giovane Brizi, appena ventenne, s’immerge nella bolgia dei carri in maschera, nella grande parata che porterà tutti loro, re per una notte, per le vie della città in un maestoso e rumoroso corteo sfidante la classica e pacata quotidianità urbana. Un tempo particolare, sospeso, simbolico e catartico, racchiuso nel cerimoniale dell’ultimo carnevale festeggiato con il genio e la sregolatezza adolescenziali, come se proprio dietro l’angolo, allo scoccare del nuovo giorno, il giro di vite che renderà il ragazzo un adulto fosse pronto per essere azionato. È un tempo per studiare, semmai ce ne fosse bisogno, la stagione che se ne va e il proprio ego che sta in qualche maniera, forse incontrollabile, evolvendo nella scrittura così come nella vita. E dentro questa stagione c’è di tutto, dalle assemblee studentesche trasformate in comizi e rivolte plateali, alla ragazza-cigno, apparizione fugace, compagnia meravigliosa e terribile, arma a doppio taglio. C’è il ricordo nostalgico di un concerto dei Pogues, le scalate ardite alle impalcature con l’Assiro, ci sono gesta eroiche adolescenziali che, evidentemente, più non torneranno. Quel che accade al giovane scrittore, confuso tra la sua gente, tra la folla esaltata ed esultante al pulsare della musica assordante, è una sorta di trasfigurazione sul monte sacro, nebulosa e collettiva, dove al monte si sostituisce il parco e le figure mistiche si trasformano in ombre del passato…
Dopo Jack Frusciante è uscito dal gruppo e Bastogne Enrico Brizzi mette in scena ancora una volta un branco e una giovane banda urbana, trasformando però la narrazione in una sorta di viaggio introspettivo, come se proprio la scrittura di questo romanzo gli potesse dare definitivamente lo stop ad un metodo e ad un mondo entrato a far parte di tutte le sue storie fino a qui raccontate. Questa è un’impressione, naturalmente. Ma la sensazione che Tre ragazzi immaginari, titolo ripreso da una vecchia canzone dei Cure, sia davvero un momento terapeutico e una pietra da poggiare sopra a un tempo definito (e quasi finito) è forte. Perché se la prima parte del breve romanzo ci porta ai lati dei grandi e rumorosi carri mascherati, simboli spacca timpani contro la probabile apatia di una mente adulta, seguendo il giovane Brizi saltare e contorcersi, raccontare del suo rapporto complicato con questa ragazza-cigno, del suo rinnovato incontro nell’occasione di un’esibizione dei Pogues, la seconda traccia si fa riflessione, analisi personale e malinconica. Il linguaggio cambia, le parole sembrano avere un peso oltre che un carattere e un sentimento diverso. Danno l’idea di voler essere pregne di rabbiosa malinconia, da spremere sopra la carta. Sul piatto restano il rumore lontano dei carri e la musica pulsante, ma il giovane Brizi già se ne sta in disparte, tra le ombre di un parco e un cerchio di persone, che potrebbero essere ambasciatori del tempo adolescenziale che sta per finire. Ti ricordi? Gli chiedono le ombre, perché noialtri ce lo ricordiamo com’erano le cose, fino a poco tempo fa.

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER