Trecento piccolissime mani

Trecento piccolissime mani
Emanuele è un ragazzo romano proiettato all’università e intimamente attanagliato da un nodo interiore da sciogliere. Dopo una prima e non entusiasmante esperienza di studi alla facoltà di Ingegneria, s’iscrive a Filosofia non troppo ansioso di dare esami, ma pronto alla genuina discussione filosofica. Il tempo passa e una disavventura economica nella famiglia di Emanuele lo costringe ad abbandonare gli studi e le lussureggianti giornate a Villa Mirafiori. Deve darsi da fare, pensa a quello che è capace di creare con le mani. Ha un’idea: decide di mettere qualche soldo da parte, sfruttando con astuzia un’altra sua passioncella, per frequentare un corso a buon mercato per la ristorazione. L’iniziazione non gli risparmia piccoli incidenti ma la tenacia è tanta. Alla fine Emanuele diventerà un cuoco. Senza abbandonare la sua poco visibile attività di scrittore, inizierà la sospirata avventura professionale fra una selva di colleghi occasionali, rassegnati sottoposti, armamentari apparentemente innocui, passaggi di livello professionale, pietanze appresi con la pazienza delle arti marziali. Approderà, in seguito, alla mensa della scuola elementare “Braccio di ferro” e lì…
L’umorismo vero è merce rara, presuppone una capacità di cogliere dimensioni importanti dietro quelle esilaranti. Emanuele Boccianti ci regala un romanzo autobiografico che sotto questo profilo è un gioiellino, un tentativo felice di combinare in modo metaletterario il mondo della cucina con quello della scrittura, con il conforto di uno stile ai limiti della battuta di spirito e di un lessico fantasioso. Dietro i piani di cottura sbuffanti e i volti multietnici dell’umanità che li popola, Boccianti racconta cose profondissime: la difficoltà di reinventarsi nell’età ancora spendibile, la conseguente durezza degli adattamenti psicologici, la filosofia appresa dolorosamente sul campo, l’aspetto grottesco dei luoghi di lavoro (se non fosse appunto per lo stile, Boccianti sembra emulare Agamben nelle sue analisi antropologiche del campo di concentramento). Un libro che si apre con una citazione di Castaneda sulla strade della vita e che rivela una verve tipica dei graffianti film di Virzì, per questa agrodolce rappresentazione di un’umanità paradossale e che riprende, con risposte differenti, i quesiti espressi da un film recentissimo come Smetto quando voglio. Il finale peripatetico ma concreto di una vita agreste del protagonista evoca il monito con cui si conclude Candido di Voltaire (“andiamo a coltivare il nostro giardino”) e invoglia a conoscere di persona lo stesso Boccianti.

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