Trilogia di Londra

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Nella Londra della prima metà dell’Ottocento, la parrocchia è un punto di riferimento essenziale. Ci sono la fabbriceria parrocchiale, l’infermeria parrocchiale, il chirurgo parrocchiale, gli ufficiali parrocchiali, il sagrestano parrocchiale: “Istituzioni eccellenti, e uomini premurosi e di buon cuore”. Se una donna sola muore è la parrocchia che la seppellisce. Se i figli rimangono soli è la parrocchia che se ne prende cura. Se un uomo perde il lavoro è la parrocchia a procurargliene uno nuovo. E se qualcuno perde la ragione per problemi di salute mentale o di alcol è la parrocchia che lo fa ricoverare pietosamente nel manicomio locale. Istituzioni simili devono essere gestite da persone capaci e notevoli. E infatti notevoli e capaci sono per esempio coloro che lavorano per una certa parrocchia londinese: il sagrestano Simmons è acuto e severo, conosce a memoria tutti i titoli del sindaco e sa mettere in riga bambini e disturbatori vari della messa domenicale come nessun altro; l’impiegato della fabbriceria è un omettino grassoccio sempre indaffarato che passa di riunione in riunione; il direttore dell’ospizio è alto e ossuto e “vi squadra come se si augurasse sempre che voi siate dei poveracci, giusto per permettergli di darvi un esempio dell’autorità che detiene”; il maestro di scuola è mansueto, zelante e anziano, ha avuto una vita molto sfortunata e “dei molti che un tempo gli si affollavano intorno in tutta la fatua amicizia del cameratismo fra buontemponi, alcuni sono morti, altri sono ridotti come lui, altri ancora hanno fatto fortuna – tutti lo hanno dimenticato”…

Vengono raccolti in questa Trilogia di Londra, racchiusi in uno spartano cofanetto, i tre volumi – editi nel 2016 – che Mattioli 1885 ha dedicato agli Sketches by Boz, i pezzi “di colore” che Charles Dickens, poco più che ventenne, aveva scritto con lo pseudonimo di Boz, appunto, tra 1833 e 1836 per diversi quotidiani e periodici e che uscirono in due volumi – in versione leggermente edulcorata perché l’autore riteneva che tra i lettori di libri ci fossero più signore che tra i lettori di giornali e riviste – nel 1836 per l’editore Macrone, con le strepitose illustrazioni di George Cruikshank. Si tratta di brevi pamphlet o reportage dal tono ironico che rivelano un talento letterario pazzesco: Dickens descrive con lucidità e humour la sua Londra, il teatro sul cui palcoscenico negli anni successivi farà muovere i personaggi che diventeranno i protagonisti e le comparse dei suoi romanzi. Non è impresa da sottovalutare: oltre a reinventare un genere letterario e a definire un intero immaginario, Dickens “forgia una nuova visione della città”, come acutamente si fa notare nell’introduzione al volume Il grande romanzo di Londra: una metropoli vittoriana della middle-class e del proletariato dalla quale l’aristocrazia (fino a quel momento superstar della letteratura anglosassone) è sostanzialmente assente. Questa Trilogia di Londra è nel suo complesso un affresco incredibile di varia umanità che Dickens sa rendere viva e vitale ai nostri occhi a quasi due secoli di distanza: leggendo si ride ad alta voce, ci si commuove, si riscopre il gusto con cui i nostri avi leggevano – ammesso di aver avuto avi lettori, cosa di cui personalmente dubito, ma questa è un’altra storia – i romanzi d’appendice o le cronache cittadine. E la bravura di questo Dickens esordiente ci dà la misura della sua grandezza da scrittore maturo.



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