Trilogia di Marc Stout

Trilogia di Marc Stout
Marc Stout è sul punto di morire. Lo annuncia la voce narrante. Che è Marc Stout. E sta scrivendo un diario. Che naturalmente sarà dato alle fiamme. All’ultimo momento, affinché la vicenda della sua morte rimanga un mistero. Certo, non è proprio sicuro però che il suo piano riesca. Il diario potrebbe essere comunque trovato, potrebbe costituire in ogni caso una prova, sia che esista sia che manchi. Che capiterebbe allora all’assassino? Inoltre, l’omicida potrebbe sbagliare il momento in cui ucciderlo. Troppo presto. O troppo tardi. E a quel punto cosa sarebbe delle pagine che sta ricoprendo di parole? Verrebbe tutto a galla… Certo, forse no, ma non si può correre il rischio che venga fuori il vero motivo per cui vuole morire. Anche se sta scrivendo un diario proprio per raccontarlo…
La caratteristica più interessante di questo libro che senza dubbio si legge rapidamente e con avidità - anche grazie a una prosa molto scorrevole - è la tripartizione, che ricorda certe opere cinematografiche come, per esempio, il recente Il capitale umano di Paolo Virzì, non a caso liberamente tratto da un romanzo, l’opera omonima di Stephen Amidon. Solo che qui non è al centro tanto la percezione di un evento - nella fattispecie il medesimo, reiterato e osservato da vari punti di vista - quanto l’approfondimento continuo del tema della vicenda, il desiderio di morte che il protagonista rivolge verso di sé ma mediante altrui mano. Anelito che appare senza spiegazione, almeno nelle prime fasi, e che costituisce l’ossatura di una discesa agli inferi della psiche sempre più claustrofobica, una partita a scacchi con la morte come Bergman insegna.

 

 

 

 
 
 
 
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