Per troppa luce

Per troppa luce
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2010, Neripoli, Salento. L’ingegner Nardelli (mica tanto ingegnere, visto che non ha mai dato gli ultimi esami che servivano per prendere la laurea) è il proprietario di una rete locale, ma non è contento dello status quo e ha un’idea per svoltare: fondare una web tv, dotare la città di una rete wi-fi gratuita e fare in modo che ognuno abbia una di quelle diavolerie di tablet che spopolano oggi, quello è il futuro, gli inserzionisti pagheranno l’iradiddio. Le cose non vanno come pensa, le visite e le entrate pubblicitarie scemano, i tablet importati da Taiwan si rivelano dei catorci e allora per rientrare della scoppola economica si lascia coinvolgere in un affare ben più grosso. Il suo referente politico, il dottor Amari, direttore generale della Asl ed esponente della destra sociale in predicato di entrare in Parlamento (talmente di destra da aver chiamato la figlia Aquila Sabauda Fascista) e il professor Caraccio della Antiqua Universitas Neripolensis – un omaccione à la Gerard Depardieu coi capelli biondi di Enzo Paolo Turchi – hanno in mente di costruire proprio lì, nelle campagne sperdute e arse dal sole, un gigantesco parco tematico il cui progetto verrà affidato al misterioso architetto portoghese Francis Arrangiau, considerato un vero guru del settore. Con un investimento irrisorio, la protezione politica di Amari, i terreni di Nardelli e l’impiego degli studenti dell’università di Caraccio riusciranno a tirare su dal nulla l’imponente Parco Messapico, una ricostruzione fedele di un villaggio dei loro antenati millenari con l’aggiunta però di villette di lusso, casinò e divertimenti di ogni sorta per turisti ricconi. Il problema è che la masseria sita sul terreno di Nardelli è stata occupata dai braccianti irregolari che lavorano nelle campagne di Neripoli, vittime della decennale piaga del caporalato. A mettere i bastoni tra le ruote allo strano gruppo di affaristi interviene l’avvocatessa Simona Marris, una donna bellissima e tenace, che sul fronte privato sta vivendo una storia fatta di passione e abbandoni col consulente del lavoro Antonio Congedo, un amore che consumano nella di lei casa di campagna ribattezzata col nome omericamente esotico di “Ogigia”, sempre sul filo del rasoio e col rischio di bruciare “per troppa luce”…

Quattro anni dopo il suo Diario elementare, torna in libreria l’autore salentino Livio Romano con il suo pirotecnico Per troppa luce, edito sempre da Fernandel. Provare a fare una sintesi del romanzo risulta veramente difficile, e in effetti quello che si è tentato di fare non rappresenta che un semplice assaggio, un antefatto alquanto misero, di quello che è il complesso impianto narrativo. I due veri protagonisti sono Antonio Congedo e Simona Marris, i due amanti intrisi di senso civico e amore per la giustizia, e la loro storia d’amore tutt’altro che convenzionale. A farla da padrone soprattutto nella prima e nella seconda parte saranno le scene ad alto contenuto erotico dei due, e anche coi loro successivi partner occasionali. Eppure, malgrado l’abbandono, i tradimenti, le ripicche e la fine della storia, resteranno per sempre indistricabilmente legati, tanto da ritrovarsi sulle due parti della barricata nella lotta fra la cordata Amari e le associazioni che vorrebbero difendere gli immigrati. Romano, nelle scene più esplicite, non usa mezzi termini, insomma abbandona il linguaggio più castigato e misurato che per sua stessa ammissione aveva sperimentato in opere precedenti. L’incredibile abbondanza di nomi e personaggi è quasi sconcertante: la figlia musicista di Antonio, la principessa del Bahrein Musheera, il dottorando Lisco che ha già deciso di emigrare se il futuro lo deluderà ancora, il boss pentito della Sacra Corona. Il tutto serve all’autore a descrivere in maniera satirica la realtà di un presente per nulla idilliaco, il presente del mondo del lavoro e dell’università, della speculazione edilizia, del Salento trasformato in un luna park a uso e consumo dei turisti, dell’annoso dramma del caporalato che attanaglia la sua Nardò (che si nasconde palesemente dietro Neripoli). Dopo tanti lavori riuscitissimi (su tutti Mistandivò edito da Einaudi, che fu alla sua uscita un vero caso letterario) Livio Romano torna alla grande, proponendoci un uso nettamente predominante della paratassi e una lingua sempre originalissima, che spazia dal gergo giuridico al dialetto salentino con incursioni british e neologismi brillanti, prendendosi anche libertà di concordanze anomale (“la geologo”, “la veterinario”) che contribuiscono a renderlo sempre più aderente al cosiddetto “mistilinguismo ludico”.



 

 

 

 
 
 
 

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