Troppo tardi per tutto

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Un ragazzo cammina ai bordi della ferrovia. Scalcia le pigne mentre la campanella preannuncia l’arrivo del treno. In mano ha un sacchetto con del cibo, dei vestiti puliti e delle birre che ha comprato per suo padre che, seduto accanto al palo che segnala il metanodotto, come ogni giorno aspetta il ritorno di sua figlia. Ma Alessandra, che aveva ventidue anni quando decise di andarsene, non tornerà. Lo sanno tutti, come lo sa anche suo padre che, tuttavia, continuerà ad aspettarla… Quando gli chiedono come sia andata a scuola, lui risponde sempre “Bene”, anche se non è vero. Perché ha capito che se gli ingranaggi della routine funzionano significa che è stata una buona giornata. Ma ieri ha deciso di saltare scuola e andare a trovare suo padre. Da un po’ alloggia in un ospedale psichiatrico di Modena. È al suo secondo ricovero in quattro anni. Hanno trascorso una bella giornata assieme, poi suo padre è dovuto rientrare e così anche lui è tornato a casa, da sua madre e dal nuovo compagno di lei. È andato a letto senza cenare e con una strana sensazione addosso. Come se, nonostante i suoi diciotto anni, non avesse più niente nella vita. Così se ne sta sotto le coperte, a riposare come della frutta raccolta quand’era ancora troppo acerba… Il piano è quello di tendere un agguato a Teschio, il nazi. Quello che ha speronato il suo motorino con l’auto, facendolo cadere. A causa di quell’incidente non sente più il braccio destro. Da quando è morta sua madre, è andato a stare da Steve e Gilda, che lo hanno trasformato in uno skinhead. Il piano è semplice. Lui e Steve, con l’aiuto di Cafiero, un anarchico che Teschio odia, fingeranno di avere l’auto in panne in un punto dove sanno che il nazi passerà. E poi si vendicheranno. Anche se ha promesso a Gilda di andarci piano, non sa però come andranno le cose…

Dice bene la scrittrice Helena Janeczek, nella sua prefazione, quando rimanda la scrittura di Ivan Ruccione, nato e cresciuto a Vigevano, ai maestri nordamericani. Perché, fatte le dovute proporzioni, è Raymond Carver che ci viene in mente leggendo di certi personaggi e di certe situazioni che sono spaccati di vita intercettati nel fiume del tempo quotidiano, come un dito puntato a caso sul mappamondo che poi andremo a scoprire. Sto pensando ad esempio al racconto Stabat Pater di Ruccione e a L’avventura di Carver. In entrambi, un padre e un figlio si incontrano e parlano tra loro. Certo i luoghi sono diversi, i profili dei personaggi anche, eppure si avverte una sorta di affinità di spirito, un desiderio comune di profondità in quello specchio d’acqua limitato che è la misura del racconto breve. Poi Ivan Ruccione ci aggiunge la propria impronta digitale e il proprio vissuto. La sua Vigevano, l’essere cuoco, o lavapiatti come nel racconto Andarsene che chiude la raccolta dei dodici racconti, sono dettagli e prospettive che riportano all’autore. La scrittura è, come dire, molto umana, senza stucchi che la coprano e Troppo tardi per tutto è un titolo decisamente esplicito, che chiarisce sin da subito ciò che dietro l’angolo aspetta i protagonisti di questi racconti. Ma non è questo il punto. Ciò che conta è l’essere stati con loro, in mezzo a loro, e questo Ivan Ruccione ha saputo farlo bene, calandoci nella dimensione e nella misura carveriana di una storia breve ma intensa, lucida e ricca di dettagli.



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