Trovami un modo semplice di uscirne

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Nel bunker di uno scantinato, in attesa che un acquazzone estivo passi, due ventenni danno vita e forma a un dialogo che non sembra avere un vero principio, che non avrebbe nemmeno un preciso argomento non fosse che i due - ma soprattutto Nick - vogliono creare qualcosa di nuovo, qualcosa che non ha precedenti e che li metterà in cima al mondo, li renderà famosi, amati dalle donne e ricchi. Qualcosa di non ancora visto, forse, e con un nome eclatante come “Rivoluzione!” con tanto di punto esclamativo a rafforzarne il grido. Una rivoluzione per tutti loro, per non finire come i King of Convenience, che avrebbero dovuto fare il grande salto e invece sono scomparsi. Una rivoluzione per un padre sempre più affossato nel divano, per il povero Nino che al solo nominarlo ti vengono le lacrime agli occhi e anche per chi, come uno dei due, è finito a fare l’operaio in un’azienda conserviera. Ma come deve essere questa rivoluzione? Un evento, chiaro. Poi gente che va, gente che viene e ci vuole anche un moderatore, qualcuno che abbia molto charme. Uno come Damon Albarn, il leader del Blur, o come Harry Styles. Sì, diamine, Styles, che ha fatto maledettamente bene a mollare gli One Direction per seguire la propria strada. La loro “Rivoluzione!” deve essere qualcosa che – bum! - arriva e tutti diranno – wow! - per forza. Però, insomma, fare questa cosa, questa “Rivoluzione!” è rischioso. Si potrebbe finire male come l’ultima volta. Perché, ecco, di figuracce ne hanno già fatte ma, oh, stavolta l’idea è buona, una cosa grossa, che spaccherà, che farà rimanere tutti di stucco, che li renderà famosi. Bisogna studiarla bene, tra un cicchetto e l’altro, mentre la pioggia scende, il padre di sopra langue sul divano e il mondo là fuori li aspetta, magari per una partita a calcetto…

“Interessante tentativo di riscrivere in chiave attualizzante e trivializzata Aspettando Godot”. Questa, parte della motivazione che ha portato Trovami un modo semplice per uscirne ad essere inserito tra i finalisti del Premio Italo Calvino 2018. E Trovami un modo per uscirne è anche il titolo di una vecchia canzone dei Verdena che dice: “Non cresci più / a tratti è normale / e non si arrende più / il mio cuore”. Versi che potrebbero avere anche una certa attinenza con le vite ferme dei due giovani, rinchiusi ad aspettare che la pioggia passi e impegnati a organizzare la loro personale e definitiva rivoluzione, anzi “Rivoluzione!”. L’intero lavoro è costruito sul dialogo tra i due, anche se solo uno di loro ha un nome vero, mentre l’altro resta un gradino più giù, nell’anonimato e trascinato dalle idee di Nick, spronato dalla sua volontà perché la propria non è così salda e spesso vacilla, memore degli scivoloni imbarazzanti già successi. Un romanzo esperimento, è vero, magari non così rivoluzionario ed efficace come si preannuncia. Sembra quasi di contemplare una di quelle impalcature costruite attorno alle case. I pali e le traverse danno l’idea della forma interna, ma sono solo contorni, linee che vanno completate con tutto il resto. Un po’ poco rispetto al tutto che dovrebbe essere, ecco. Di certo esperimento coraggioso, perché molto lavoro di immaginazione viene demandato al lettore, obbligato a completare le parti mancanti nell’opera. Bisogna quindi fare uno sforzo e pescare dai dettagli i concetti essenziali a cui i due giovani annoiati arrivano e che sono quelli di una realtà, la loro, falsa perché fondata sull’effimero, sui miti sbagliati inculcati dai mass media, sulla superficialità che il consumismo e il progresso di questi anni hanno instillato nelle nuove generazioni. La cultura, la conoscenza non sono concetti esistenti e il bisogno di sapere da Nick e dall’amico non viene contemplato. Non esiste proprio.

 


 

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