Tu l’hai visto Easy Rider?

Un conto è farlo per andare al mare, come i ragazzi dell’ostello della gioventù, un conto è attraversarci tutta l’Italia: però in effetti non c’è altro mezzo per spostarsi se si hanno pochi mezzi a disposizione e per converso tanta voglia di viaggiare che fare l’autostop. Tanto, che deve succedere? E poi le cose brutte capitano a prescindere, non si può essere sicuri di essere al sicuro, per avere la certezza che non capiti nulla non si dovrebbe fare nulla, e non è proprio questa l’intenzione. Si pone tuttavia subito, nel momento in cui si progetta l’avventura, un ulteriore problema, che è proprio come trovare qualcuno che sia disposto a fornire l’agognato passaggio: e lì torna di nuovo utile l’ostello, o meglio la sua bacheca all’ingresso, che è un grappolo di foglietti in tutte le lingue, per lo più in inglese. Quasi tutti infatti cercano un compagno di viaggio con cui dividere tempo, budget ed esperienze; Riccardo, ma lo chiamano tutti Ric, non mastica granché la lingua di Shakespeare, però conosce bene una frase che è un vero e proprio lasciapassare: “Do you like Easy Rider?”. E la risposta non può essere che “Of course”: non è un film, è un cult, un manifesto. Così è anche per Max, atletico, magro, con le spalle larghe, i pantaloni scamosciati che porta senza mutande, i piedi pieni di calli perché sempre in giro scalzo, capellone biondo esageratamente abbronzato pieno di doppie punte con cui Ric e l’amico Manu partono all’avventura. Sono giovani e scanzonati, e anche se i due italiani, temendo le rappresaglie dei bacchettoni dei luoghi in cui sostano di volta in volta, non si fanno mai il bagno nudi, notano con orgoglio, e con la consueta competizione tra maschi a fare a gara a chi ce l’ha più lungo, che hanno qualche dote in più rispetto a quella specie di Gesù in salsa hippie: a Roberta però Ric ha deciso di non raccontare proprio tutto, di non entrare nel dettaglio, perché sa che con lei è impossibile tenere qualcosa per sé. Con lei ha un rapporto talmente speciale che non sa nemmeno di che natura sia, se amicizia o qualcosa di più…

Il retorico sottotitolo italiano è Libertà e paura, ma del resto noi siamo quelli che abbiamo tradotto The sound of music con Tutti insieme appassionatamente, Eternal sunshine of the spotless mind con Se mi lasci ti cancello e Domicile conjugal di Truffaut come Non drammatizziamo… è solo questione di corna, quindi non c’è da stupirsi: Easy rider, anno 1969, di Dennis Hopper, che recita pure, assieme al compianto Peter Fonda – che ne è anche sceneggiatore – e a Jack Nicholson, premio per la miglior opera prima a Cannes, due nomination agli Oscar, è il road movie per antonomasia, il più celebre film su due ruote – e che due ruote, trattandosi delle mitiche Harley Davidson, una delle quali dà il soprannome, Capitan America, al protagonista, Wyatt (Fonda) - della storia, la quintessenza della controcultura sessantottina portata avanti da ragazzi archetipicamente malvisti dalla gente comune per il loro aspetto, il loro modo di vestire e di vivere, benché di norma non violenti (anche se vivono di espedienti: i soldi per le moto con cui inseguono la libertà e attraversano gli USA dalla California a New Orleans anche lungo parte della mitica e storica Route 66 per andare a veder il carnevale provengono da un traffico di droga…), è una pietra miliare. Lo è anche per Ric, ragazzo degli anni Sessanta e io narrante della storia intensa e profonda, delicata ed emozionante, che valica il tempo e le convenzioni, racconta cambiamenti, illusioni, disillusioni, sogni, speranze, ideali, delusioni, l’avanzare dell’età e la formazione dell’identità personale e collettiva, che si riverbera nelle relazioni con la famiglia d’origine, il gruppo di amici, la società: parlando del film Ric attacca bottone, e scopre sé e gli altri. Affrontando con grazia e con un lessico originale il valore dell’esperienza, il bildungsroman della coscienza, la perdita dell’innocenza, la brama di autodeterminazione, la sessualità (anche nei suoi aspetti più intimi, l’impegno politico e la seduzione pericolosa delle dipendenze, Vezzani, con spirito underground), dipinge un ritratto al tempo stesso particolare e universale, credibile e lirico, un affresco compiuto e completo.

 


 

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