Tu non morirai

Tu non morirai
Tu non morirai. Non oggi, comunque, forse neppure domani. Sarà la volontà, o qualche assurda, inspiegabile forza cosmica, ad afferrarti per i pochi capelli sopravvissuti all’operazione, costringendoti ad osservare la brutale curva dei giorni che verranno: loro sì, saranno sempre gli stessi, immutabili e casti, mentre tu, svergognata e vergognosa, avrai occhi tumefatti e un piede inservibile. Sarà, forse, anche merito dell’amore, ma “possono reggere i grandi affetti quando si ha la bava alla bocca, quando si è inermi, quando non si ha più il controllo della propria faccia, quando si perde il contegno?”. Helene Wesendahl, 44 anni, un marito, cinque figli, è reduce da un viaggio statico eppure movimentato: un’emorragia cerebrale l’ha risucchiata nel fiume torbido ed insinuante dell’oblio, dove tutto scorre senza mai restare, dove ogni cosa si confonde e perde nella mancanza di appigli. Ora, però, Helene è tornata: riemersa in superficie, respira con affanno mentre chiama a raccolta forze, ricordi, oggetti. La realtà, nuova e vecchia a seconda dello sguardo, va conosciuta di nuovo, come la prima volta: i fatti, rinominati; i familiari, accolti senza titubanza. Nella distorta quotidianità nella quale la donna si trova a galleggiare ci sono gesti elementari oramai inservibili, parole che non vogliono scavalcare la montagna scura della confusione: e c’è un corpo disubbidiente, tornato dalla traversata malconcio, avvizzito, una spirale di cicatrici e arti abbandonati alla periferia del sistema nervoso. Inutile, comunque, fare la conta di quanto è rimasto della Helene di un tempo, quel “prima” in cui le ore si davano per scontate come foglie secche in autunno. Meglio realizzare subito, in solitudine, che non ci sono più argini, né sacchi di sabbia con i quali contenere un’esistenza che ha deciso di strabordare dopo una stagione di siccità. Nei mesi di riabilitazione, tra una clinica e l’altra, tra un corso di ergoterapia e un consulto psicologico, Helene imparerà l’umiltà di una prigionia invisibile: capirà, nell’ansiosa praticità che solo la degenza porta con sé, quanto sia importante saper tagliare il pane con la mano sinistra, e quanto inservibili, perfino ridicole, siano le profonde lezioni sull’”essere” dettate da chi, probabilmente, da adulto non ha mai avuto bisogno di aiuto per andare alla toilette…
“Buongiorno paura. Mi fa piacere che sia venuta a trovarmi”. Potrebbe iniziare da questa frase lo splendido libro Tu non morirai della tedesca Kathrin Schmidt, autrice di raccolte di poesie, racconti brevi, romanzi: per questo titolo, i cui diritti di traduzione sono stati venduti in dieci paesi e che nella sola Germania ha venduto 160 mila copie, la Schmidt ha vinto il prestigioso German Book Prize. C’è molto dell’autrice, nel personaggio di Helene: come lei, anche la Schmidt è stata colpita nel 2002 da un’emorragia cerebrale che ne ha recluso nel silenzio corpo e mente, rubandola all’ordinario, chiassoso scorrere delle incombenze. Come Helene, dunque, anche la Schmidt si è ritrovata di punto in bianco a dover ricominciare da capo, proprio quando tutto sembrava oramai stabilito, fissato. Che non si immagini, però, una qualche toccante vicenda strappalacrime: la Schmidt lascia che siano gli uomini e le donne di fede a farsi carico della pietà. Qui, piuttosto, abbiamo l’analisi asciutta, impietosa, di un individuo che non si sente più tale, di una quarantenne che, suo malgrado, ha dimenticato chi è, che cosa l’ha resa tale. Sono pagine intense, dolorose, intrise di malessere: che lo si voglia o no, nessun separé ci protegge e allontana dallo scempio di una personalità franata sulle proprie certezze. L’accidentato cammino fatto da Helene per ritrovarsi, per rimettere insieme i cocci, è un’arrampicata nelle profondità del concetto stesso d’identità: siamo con lei e in lei, nel suo intelletto frammentato in mille piccole schegge, nella gabbia del fisico le cui risposte sono vaghi singhiozzi. Mentre fuori dalla finestra la Germania sta lentamente cambiando faccia, nello spazio serrato, disinfettato di una clinica di riabilitazione Kathrin Schmidt segue la rieducazione alla realtà di un personaggio che ha le fattezze di un'anguria spaccata: rossa, viva, inerme, Helene mostra tutto di sé, per riprendersi anche ciò che non sa di aver dimenticato. Tu non morirai è dunque uno splendido, crudo esempio, la dimostrazione di come si possa raccontare qualcosa di molto simile alla morte senza dover ricorrere a blande simbologie: in questa storia di antiche scoperte, la scrittura della Schmidt, cadenzata, esatta, angolosa ed accogliente, segue di pari passo i piccoli, enormi traguardi di Helene, le cui complicate e faticose giornate assomigliano a portoni sbarrati. Non servirà, dunque, avere il cuore tenero, per specchiarsi nelle goffe mosse della protagonista: la severa, obiettiva consapevolezza che “sentire” non sia abbastanza per “vivere” ci avvilupperà inesorabilmente a questo gioiello letterario. 

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