Turbolenza

Turbolenza
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Una donna sta tornando in Spagna, dopo aver trascorso più di un mese nell’appartamento di suo figlio cinquantenne a Londra, mentre lui era in ospedale a fare la radioterapia per curare il tumore alla prostata che gli era stato diagnosticato. Il Bloody Mary bevuto nell’area partenze non le impedisce – come ogni volta – di sentir montare la paura durante le manovre di decollo, fino al momento di profondo stupore quando il muso si solleva e l’aereo si stacca da terra. Soltanto allora la donna fa caso, con un po’ di fastidio, all’uomo seduto di fianco con il quale scambia qualche battuta. I pensieri che le fanno compagnia non sono positivi, le immagini di suo figlio morto, nella convinzione che non sarebbe guarito dal tumore, si fanno così concrete da farla piangere. All’improvviso una prima scossa. Alla seconda il vicino di posto si versa della Coca sui pantaloni; a lei comincia a girare improvvisamente la testa… Quando Cheik incontra il suo autista Mohammed che è venuto a prenderlo all’aeroporto di Dakar, lo trova stranamente silenzioso. Prende la valigia senza una parola e la ripone nel bagagliaio, poi apre la portiera perché il suo capo si accomodi all’interno dell’auto. Nel tragitto verso casa lui gli racconta ridendo dell’incidente con la Coca Coca rovesciata sui pantaloni a causa di una turbolenza sulla tratta Londra Madrid, ma Mohammed non sorride, né dice una parola. Mentre si avvicinano a casa gli domanda di nuovo se ci sia qualcosa che non va. Forse ha litigato ancora con sua moglie Mariama? I ragazzi stanno bene? L’autista risponde che è tutto a posto e continua a tacere, e Cheik attraverso lo specchietto si accorge che l’uomo ha gli occhi arrossati. Arrivati al cancello bianco, illuminato dai fari dell’auto, davanti alla casa si accorge che le luci sono completamente spente. “Mohammed, so che devi dirmi qualcosa. Si può sapere di che si tratta? Ci fu un lungo silenzio. Poi Mohammed rispose: “Glielo dirà Madame”…. Un pilota di aerei cargo sta raggiungendo in taxi l’aeroporto di Dakar per imbarcarsi sul volo diretto a San Paolo. È pomeriggio inoltrato, il sole, ormai basso, splende attraverso la fila di palme vicino alla piaggia. Lui, Werner, è fermo sul sedile posteriore, il tassista è sceso dopo un impatto improvviso per vedere cosa sia successo, imprecando in francese. Arriva un poliziotto, Werner guarda l’orologio, si sta facendo tardi. Poi si sporge dal finestrino e vede un motorino riverso ammaccato, più in là un ragazzo, immobile. Gli arriva una folata di vento che porta il mormorio di uno dei passanti che si son fermati a guardare, “Il est mort”. Pensa sia orribile preoccuparsi di dover arrivare all’aeroporto e che stia tardando troppo, poi pensa che è la prima volta che vede un cadavere, insomma, almeno i suoi arti distesi lì per terra. Guarda di nuovo la spiaggia. “Odiava la spiaggia”. Non è mai riuscito a scindere quali immagini siano davvero ricordi di quel pomeriggio di tanti anni prima e quali cose sentite raccontare nel tempo. “Quando Werner aveva cinque anni, sua sorella Liesl era annegata in mare”…

Dodici capitoli, dodici tratte aeree le cui sigle servono ad indicarne i nomi, dodici storie, dodici personaggi. David Szalay – classe 1974, nato in Canada da padre ungherese, infanzia in Libano, cresciuto nel Regno Unito, laureato ad Oxford – dopo il successo di critica e di pubblico di Tutto quello che è un uomo del 2017, scrive un romanzo che è, in realtà, una piccola antologia di piccole storie, sostanzialmente seguendo la stessa linea strutturale del suo esordio. Questi racconti, che constano di qualche pagina ciascuno, seguono uno schema circolare a nastro nel quale nella narrazione del frammento di vita di un personaggio compare un personaggio secondario destinato a diventare centrale nella storia successiva, un espediente, per altro, spesso utilizzato al cinema. “Questi brevi incontri, queste collisioni improvvise, sono una caratteristica ineludibile della nostra vita di oggi”, ha detto Szalay; deve essere questo il motivo per il quale i personaggi, sebbene diversi, appaiono colti in situazioni, emozioni, caratteristiche umanissime che in qualche modo li accomunano, che li rendono interconnessi semplicemente in nome del loro essere umani. “Scenario globale” lo ha chiamato l’autore, e ha aggiunto di aver voluto “ritrarre il fenomeno della globalizzazione, ma visto dal basso, dalla gente”. Dei personaggi non si sa molto, il lettore si ritrova immediatamente nel mezzo di un segmento, più che altro drammatico, della vita di ciascuno di loro. Qualche informazione in più è possibile che spesso si riveli in un altro racconto, il successivo quasi sempre, magari da un’altra prospettiva. Personaggi eterogenei, per età sesso estrazione nazionalità cultura, che consentono a Szalay un vero e proprio giro del mondo e al lettore una riflessione estemporanea su paura, amore, morte, disagio, inadeguatezza. Ad accomunarli è l’aver preso un volo, ma soprattutto – e in maniera meno evidente – la fragilità, il senso di precarietà delle loro vite, implicita nella stessa condizione umana che, come turbolenze in un volo, rendono instabile l’esistenza. Su questo fil rouge si intrecciano le dodici storie brevissime (circa 2000 battute ciascuna), asciutte, essenziali, efficaci, spesso non concluse, eppure la narrazione è scorrevole, fluida, ogni episodio scivola nell’altro con naturalezza, la semplicità delle trame non è mai banalità, apprezzabile è l’abilità dell’autore di raccontare stati d’animo ed emozioni con poche parole e lievi pennellate. I racconti di Turbolenza sono stati inizialmente commissionati dalla BBC Radio come pezzi radiofonici. Ha detto Szalay, “La richiesta era di scrivere dodici storie, ciascuna per uno slot radiofonico di quindici minuti. Volevano che ogni storia fosse compiuta e indipendente, ma anche che la serie funzionasse nell’insieme”. Cercando di evitare lo spoiler, infatti, in questa narrazione che si diceva circolare il racconto finale si chiude su quello inziale. Chissà, fosse il senso ultimo è suggerire che le nostre vite non siano poi così distanti le une dalle altre come pensiamo ma interconnesse, come rivela la bella citazione, quasi in chiusura, di una frase di John Kennedy: “Perché, in ultima analisi, ciò che ci unisce è che abitiamo tutti la stessa aria, abbiamo tutti a cuore il futuro dei nostri figli. E siamo tutti mortali”. Raccomandato, non come capolavoro assoluto ma come assolutamente interessante, agli appassionati di racconti.



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