Tutti i nomi

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Presso la Conservatoria Generale dell’Anagrafe di un paese indefinito lavora il Signor José, un povero omuncolo di mezz’età che, tutto solo, trascorre nel tedio le sue giornate. Da vent’anni lavora come impiegato statale e il suo unico svago e farsi gli affari degli altri, occupazione resa estremamente facile dal suo lavoro: di notte, s’intrufola negli archivi dell’Anagrafe e spulcia le vite delle persone più famose residenti nel suo paese. Ligio al dovere, questa sua unica infrazione alle regole gli regala un po’ di colore, fin quando tra gli incartamenti presi in prestito trova il plico di una donna fantasma, di cui si conosce il nome e poco altro. Catturato dal morbo della curiosità, José si mette alla ricerca della donna e lentamente ne ricostruisce i contorni. Per far ciò, dovrà però scendere a patti con sé stesso e reinventarsi ladro, truffatore, bugiardo pur di raggiungere il suo scopo: la verità...
Non un’inversione di tendenza, ma un’impostazione formale voluta dalla trama in sé - trama che, per quanto aleatoria, presenta determinazioni specifiche di tempo e luogo. Non bisogna però fraintendere questo concetto, poiché in Tutti i nomi di nomi non ce ne sono, né di persone né di città. Nonostante tutto, la narrazione è concreta: come su di un palcoscenico, l’attore principale interagisce con altri personaggi minori spostandosi di scena in scena e conducendo il lettore, di atto in atto, verso la sua degenerazione. Ancora una volta, quindi, possiamo vedere il Saramago drammaturgo uscire allo scoperto dopo l’inizio della sua grande stagione di prosa. Questa miscela di generi, però, mostra un poco la corda: tentare di trasporre l’impianto del noir più blando e vicino alla spy story sul rigido proscenio è un esperimento arduo, molto più difficile da portare a termine rispetto ad altri suoi collage, sicuramente più riusciti. La motivazione più solida risiede nel largo respiro concesso ad opere precedenti e successive, che ammiccano in modo esplicito al romanzo europeo. Da questa constatazione nasce un libro sui generis, che per lo svolgimento sembra essere invece molto più legato al romanzo sudamericano: un palcoscenico ristretto in cui si muovono molti volti, tutti poco caratterizzati, simbolo di un malessere strisciante e per il quale non si trova soluzione - in questo caso, l’assurdità della burocrazia. Cercare di gettare un ponte verso l’altra sponda della latinità è interpretabile come un genuino tentativo di avvicinare il proprio essere a quel tipo di cultura: da questa prospettiva migratoria, la decisione di affibbiare al protagonista il nome di José è più che indicativa e così il fatto che sia l’unico ha possedere un nome. Quello che si può leggere tra queste pagine, al di là dell’appassionato teatrante, è uno scrittore insofferente alla staticità e alle etichette, ma proprio per questo motivo confusionario e slegato in modo eccessivo dalle dinamiche della realtà. Eppure tra le pieghe del caos che governa il polso convulsivo e mai pago di Saramago, si cela un sentimento verace, un evidente desiderio di avvicinarsi il più possibile a una letteratura che già vorrebbe essere classica. Il solo intento è comunque ammirevole, anche perché l’autore portoghese non è un parvenu; anzi, ha ormai raggiunto un’età veneranda e continua ad essere prolifico. Ecco, ciò che più colpisce della sua carriera è la ricerca, il voler afferrare qualcosa che deve essergli sempre sfuggito nella vita. Così i suoi personaggi, perennemente in bilico tra il conoscere la vita e la morte, ma allo stesso tempo terrorizzati dalla trasformazione che potrebbero subirne.

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